Robben Ford/Bill Evans – The Sun Room

(Andrea Romeo – 3 novembre 2019)

Robben Ford, statunitense, chitarrista, una carriera ormai cinquantennale iniziata, appena diciottenne, nel 1969, membro fondatore degli Yellowjackets, chitarrista per Miles Davis nel 1986, collaborazioni, fra gli altri, con Joni Mitchell, George Harrison, Larry Carlton, Rick Springfield, Kiss, nominato quale uno dei migliori 100 chitarristi del ventesimo secolo dalla storica rivista statunitense Musician, una notevole produzione di album solisti che spaziano fra il blues, il jazz e la fusion.

Bill Evans, statunitense, sassofonista, ha suonato con Herbie Hancock, Lee Ritenour, Dave Grusin, Randy Brecker, Mike Maineri, gli Steps Ahead, ed ancora Willie Nelson, Bruce Hornsby, John Scofield, Hiram Bullock, Mick Jagger.

Che potessero incontrarsi, era nell’ordine delle cose, ed infatti il palco li ha visti spesso insieme, protagonisti di performances dal vivo, ed altrettanto probabile era il fatto che, fra due personalità così interessanti e dal backgound così ricco, potesse nascere qualcosa di più che non una semplice collaborazione occasionale.
The Sun Room è il frutto di questo intreccio musicale, di questo scambio di esperienze, condiviso con il batterista Keith Carlock, (Toto, Wayne Krantz, Steely Dan, James Taylor, Donald Fagen, Walter Becker, Tal Wilkenfeld, John Mayer, Sting e Chris Botti), con il bassista James Genus, (Horace Silver, Roy Haynes, Nat Adderley, Bob Berg, Lee Konitz, Michael Brecker, Bob James, Michel Camilo, Branford Marsalis, Chick Corea, Uri Caine, Herbie Hancock…), il tastierista Rob Aries (John Scofield, Average White Band, Melba Moore, Freddie Jackson…)e la vocalist Laurie Wheeler.

Con premesse del genere, il rischio serissimo, nel realizzare un album insieme, era quello di “fare a gara a chi è più bravo”, situazione che inevitabilmente avrebbe condotto a realizzare un lavoro per lo meno fuori dalle righe, debordante, un qualcosa di “troppo” che avrebbe inficiato pesantemente il risultato finale.

Nulla di tutto ciò.

L’obbiettivo, dichiarato, da parte dei due musicisti, è stato quello di partire dai gusti comuni, blues, jazz, soul, funk, per realizzare una sorta di fusion che andasse oltre quei gusti, percorrendo strade differenti rispetto a quelle già battute, il tutto all’insegna di quel fattore, l’improvvisazione, che attira in maniera magnetica soprattutto chi maneggia la musica ad occhi chiusi, ed in punta di dita.

Star Time e Catch a Ride, i primi due brani dell’album, definiscono in maniera chiara il percorso intrapreso, anche perché si percepisce, in entrambi i protagonisti, il desiderio di fare, sempre, quel mezzo passo indietro, proprio per lasciare spazio non solo al sodale, ma anche ai musicisti coinvolti nel lavoro.
Si va dallo smooth jazz di sapore ottantiano al blues più “canonico”, alla ballad, senza soluzione di continuità, passando da brani più swinganti a pezzi più lenti e meditativi, nei quali chitarra e sax si giocano la partita senza mai sovrapporsi ma anzi, quasi chiamandosi l’un l’altro.
I suoni liquidi di Insomnia, ad esempio, rimandano anche a qualche accenno psichedelico, seppur inserito in un contesto che non è poi molto lontano dal pop.
I risultato è un album multiforme, fresco, godibile, privo di pesantezze, che gioca con gli stili ed i generi musicali mescolandoli fra loro e mischiando continuamente le carte, ricco di groove, e di swing, a seconda dei momenti.

Del resto, le dichiarazioni stesse, espresse da parte dei due protagonisti, non lasciano adito a dubbi: “…posso dire che questo gruppo ha un’intesa incredibile, ed è in grado di navigare in acque inesplorate: una dote fondamentale per improvvisare…” (Robben Ford); “… suonato a livelli altissimi. Non potevo essere più felice: l’atmosfera in studio era grandiosa, ed è stata una gran gioia esserne parte. Ottimo lavoro ragazzi. Rifacciamolo ancora!” (Bill Evans).

Più chiaro di così…

(E.a.r Music/Edel, 2019)

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