Lyle Mays: “Il genio è come il diamante: brilla nell’ombra”

(Andrea Romeo – 17 febbraio 2020)

Lyle Mays è nato, in mezzo alla musica, madre pianista, padre chitarrista: se non un destino segnato, per lo meno stimoli, fortissimi, ad assecondare e sviluppare una passione che ne segnerà l’intera esistenza. Quando, nel 1975, incrocia per la prima volta Pat Metheny, non può immaginare che, di lì a poco, l’incontro con quell’allampanato e zazzeruto chitarrista dalle mille magliette a righe orizzontali cambierà, per sempre, la sua vita. Due anni dopo i due fondano il Pat Metheny Group, un gruppo che, da subito, e nei decenni successivi, assurgerà ad un ruolo di protagonista assoluto della scena jazz e fusion mondiale, creando uno stile assolutamente peculiare, riconoscibile, e che avvicinerà milioni di appassionati ad un genere non certo mainstream.
Nei trent’anni durante i quali si svilupperà il percorso artistico della band, Lyle Mays sarà il vero e proprio alter ego di Metheny: non solo l’amico, il partner artistico, non solo il coautore di decine di brani ma, soprattutto, colui che si incaricherà di creare le armonie, di tessere le trame, di preparare il terreno lungo il quale la band si avventurerà.
In un tappeto ciò che si scorge immediatamente sono i colori, ed i disegni che lo caratterizzano ma, se il tessuto non è di qualità, e non è assemblato in maniera adeguata, i colori non si fissano, stingono, ed i disegni perdono vivacità e brillantezza; Lyle Mays è stato, in questo senso, il grande tessitore di quell’ordito musicale, colui che ha realizzato l’ambiente nel quale, la chitarra dell’amico e sodale, ha potuto esprimersi nel modo migliore, ed in questo senso, una grossa mano, gli è stata offerta anche dal bassista e contrabbassista Steve Rodby, anch’esso poco incline a stare sotto le luci della ribalta, ma capace di garantire un “collante” ritmico e melodico come pochissimi al mondo.

Per comprendere quanto, il pianista e tastierista di Wausaukee, Wisconsin, sia stato fondamentale nel combinare le armonie, i suoni e le melodie di una band divenuta leggendaria, non si può fare altro che ascoltare i brani contenuti in una serie di album divenuti fondamentali: preceduto da Watercolors, uscito nel 1977, ecco il debutto, omonimo, della band, Pat Metheny Group, pubblicato l’anno dopo, per poi passare da American Garage all’incredibile As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls, scritto a quattro mani dai due, e divenuto colonna sonora del cult movie Fandango; ed ancora Offramp, Travels (live), First Circle, l’epocale  Still Life (Talking), che contiene le leggendarie Minuano (Six Eight) e Last Train Home, Letter from Home, The Road to You (live), We Live Here, prossimo alla world music, e poi Imaginary Day, Speaking of Now, aperto dalla splendida As It Is, e Grammy Award come miglior album di Contemporary Jazz nel 2003, fino all’ultimo lavoro della band, ovvero quel The Way Up con il quale, Mays, concluderà la sua collaborazione in studio con la band del chitarrista di Lee’s Summit; suonerà ancora, ma solo dal vivo, fino al 2010.
I tappeti pianistici di Phase Dance ed Airstream, le atmosfere rarefatte di September Fifteenth, i synth ariosi di Are You Going With Me?, l’intro della già citata Minuano (Six Eight), capace di un crescendo vertiginoso, i contrappunti melodici con cui, Metheny e Mays, costruiscono l’incedere maestoso di Last Train Home, il pianoforte vivace e  “saltellante” di Have You Heard, le acrobazie pianistiche ed i synth dalle molteplici coloriture che caratterizzano i brani di We Live Here, il caleidoscopio di timbri di Imaginary Day, davvero una sorta di piccolo tour de force, fino a quel gioiello elettroacustico di As it Is, appassionata e malinconica, in cui chitarra e pianoforte giocano di sponda sin dall’inizio per poi concedersi, reciprocamente spazi solisti, sono soltanto alcuni esempi di brani in cui, senza quell’interplay così spontaneo fra chitarra e pianoforte, o tastiere, il risultato non sarebbe potuto essere davvero lo stesso.

Pianista, tastierista, compositore, arrangiatore: Lyle Mays ha segnato, letteralmente, gli anni ’80 e ’90 non solo dal punto di vista tastieristico, ma soprattutto per aver contribuito in maniera determinante a definire degli standard musicali attraverso una ventina di album che spaziano dal jazz classico a quello pop, dalle sonorità rock a quelle country, dalla fusion a sprazzi di pura avanguardia, dal crossover jazz alla world music, dall’acustica all’elettronica. La capacità di Mays di strutturare le armonie e di giocare con i suoni ha permesso, a Metheny, di liberare la fantasia, di improvvisare, di creare, ma di poterlo fare sempre all’interno di un canovaccio tanto solido quanto dinamico.

“Lyle was one of the greatest musicians I have ever known. Across more than 30 years, every moment we shared in music was special. From the first notes we played together, we had an immediate bond. His broad intelligence and musical wisdom informed every aspect of who he was in every way. I will miss him with all my heart.” sono le parole con le quali, il chitarrista del Missouri, ha ricordato l’amico appena scomparso.

Da parecchio tempo, soprattutto tra i fans, si ventilava la speranza che, il Pat Metheny Group, potesse tornare di nuovo “in pista” ma è chiaro che, la scomparsa di Mays, toglie molto probabilmente qualsiasi senso, per lo meno a breve termine, ad una reunion che, nel caso, sarebbe priva di un elemento chiave insostituibile.

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