Alex Skolnick Trio – Live Unbound

(Andrea Romeo – 14 febbraio 2020)

Leggi il nome di Alex Skolnick, e subito il “metallaro” che ancora abita dentro di te corre immediatamente agli anni ’80, a San Francisco, alla Bay Area, alla nascita del trash metal, ed ovviamente ai Testament, la band seminale in cui entrò, quando ancora si chiamavano Legacy, appena sedicenne, fresco allievo di Joe Satriani, e nella quale espresse un guitar-playing insolito ed originale, influenzato si da Eddie Van Halen, Jeff Beck, Jimi Hendrix, Eric Clapton, Johnny Winter e Randy Rhoads, ma con un orecchio rivolto verso  jazz, blues e funky.
Già negli anni ’90, però, interessanti collaborazioni con il bassista Stu Hamm, con Les Claypool, talentuoso bassista dei Primus, con il virtuoso bassista Michael Manring, con i Savatage e con Ozzy Osbourne, iniziarono a fargli prendere in considerazione l’idea di intraprendere una carriera come solista o, comunque, svincolata da una band che costituisse un impegno fisso.
Lo split con i Testament, band con la quale comunque si incontrerà ancora negli anni a venire fu, di fatto, una scelta inevitabile, così come inevitabile fu la ricerca di una nuova situazione artistica che gli potesse offrire la possibilità di sviluppare, ulteriormente, quella sua attitudine musicale, come detto insolita ed originale, che già aveva caratterizzato la sua carriera sino a quel momento.
L’occasione si presentò nel 2001, anche in occasione del suo trasferimento a New York, dove decise di approfondire lo studio del jazz presso la New School University.
Nella Big Apple incontrò il batterista e percussionista Matt “Zebar” Zebroski, proveniente da Pittsburgh, metallaro come lui e fan dei Testament e, successivamente, il bassista John Davis, sostituito dopo un paio d’anni dal funambolico bassista e contrabbassista Nathan Peck: l’Alex Skolnick Trio, a quel punto, era cosa fatta.

E qui inizia una sorta di carriera parallela, per il chitarrista di Berkeley, e questo perché, pur rimanendo nell’ambiente del metal, e collaborando ancora con i vecchi compagni di viaggio, in questa sua seconda incarnazione metterà momentaneamente da parte il suo arsenale di bending, di shredding o di string skipping, si allontanerà dal macinare riffs martellanti, abbasserà decisamente i decibel, e metterà la sua chitarra, ed anche le sue tecniche di tapping, palm muting o hammer-on, al servizio di brani molto più elaborati e ricercati.
Ma, soprattutto, farà in modo di utilizzare questo ampio bagaglio di conoscenze, all’interno di ambiti musicali molto differenti fra loro; non solo jazz, dunque, ma country, fusion, qualche virata r&b e soul, il tutto nell’ambito di un eclettismo musicale che dimostra, per l’ennesima volta, quanto la curiosità possa condurre, musicisti anche già di una certa esperienza, ad ampliare sensibilmente la loro conoscenza ed i loro interessi.

Live Unbound è il primo album live dell’Alex Skolnick Trio ed è la fedele testimonianza delle loro esibizioni dal vivo.
Componimenti all’insegna della qualità, eseguiti con un tocco, uno stile, un gusto ed una espressività che, anche nei momenti più virtuosistici, non trascendono mai verso l’esibizionismo fine a sé stesso.
Le doti tecniche ci sono, ovviamente, ma ci sono anche la scelta dei suoni e dei timbri, e l’intuito nel saper alternare momenti musicalmente “carichi” ad altri, in cui pause ed i toni bassi la fanno da padrone; tutto ciò per dimostrare non solo le doti di questi tre artisti, ma la loro sensibilità e la capacità di saper interpretare.
Unbound, Culture Shock, Shades Of Grey, 99/09 e Veritas, cui fanno seguito due celeberrime cover quali Dream On e Still Loving You, danno la misura della classe di questo trio che, soprattutto dal vivo, quando può concedersi improvvisazioni e digressioni più generose, dispensa davvero pillole musicali di valore assoluto.

(Skol Production, 2016)

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