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Agorà – Live in Montreux

(Andrea Romeo)

Se volete conoscere in maniera approfondita la vicenda di questa band, formatasi all’inizio degli anni ’70 nell’entroterra anconetano, è vivamente consigliata la lettura del bel volume Agorà Undergound – Il favoloso viaggio negli anni ’70 di una band non allineata, pubblicato dalle Edizioni Crac nel 2018, e scritto da Claudio Bonomi (http://musicalmind.altervista.org/agora-underground-il-favoloso-viaggio-negli-anni70-di-una-band-non-allineata/); in poco meno di 250 pagine è condensata tutta la loro storia, a partire dalle prime esperienze musicali dei singoli protagonisti, per arrivare ai percorsi artistici intrapresi, decisamente eterogenei, che li hanno infine condotti a formare, appunto, gli Agorà, una band per la quale si può serenamente affermare, con il senno di poi che, forse, se fosse nata altrove…

E’ chiaro che, con i se e con i ma, non si fa la storia, ma è altrettanto evidente che, nel momento in cui un certo Claude Nobs, incidentalmente creatore e patron del Festival Jazz di Montreux, chiama a suonare un gruppo di giovani musicisti, praticamente sconosciuti, che non hanno neppure un album di debutto in uscita, lo fa basandosi sull’ascolto di un paio di brani, poco più che dei demo, recapitatigli dal produttore Claudio Fabi e decide, oltretutto, di affiancarli alla P.F.M. ed al Perigeo, nell’ambito di una serata denominata “Euro Rock”, in cui appaiono anche i francesi Magma, i casi sono due: o trattasi di un mattacchione in vena di esperimenti, oppure di una persona che, musicalmente, ci vede lungo, ma parecchio lungo.

Parafrasando Corrado Guzzanti/Quèlo… “la seconda che hai detto” perché, nel giro di due, tre giorni di quel luglio del 1975, Renato Gasparini, chitarre, Mauro Mencaroni, batteria, Paolo Colafrancesco, basso, Roberto Bacchiocchi, piano elettrico ed Ovidio Urbani, sax, non solo a Montreux ci arrivano per davvero ma salgono su quel palco, suonano, riscuotono un buon successo tant’è che vengono chiamati fuori per un quarto d’ora di bis, registrano i brani e trovano il tempo di sistemare, in studio, alcuni dettagli sonori che non erano risultati soddisfacenti all’ascolto, realizzando, di fatto, il loro album di debutto.

La copertina di Cesare “Monti” Montalbetti, inoltre, risulta essere un piccolo capolavoro che rende ancora più “importante” questo esordio avvenuto in modo così curioso.

Non è dato sapere se si siano verificate situazioni simili, anche in altri ambiti musicali, ma certo è che, debuttare nel mondo della discografia con un disco dal vivo, registrato in uno dei luoghi “musicali” più iconici, non è certo cosa da tutti, e certamente non è cosa da dilettanti.

Agorà – Live in Montreux non è soltanto la testimonianza di quella singola serata ma diventa, letteralmente, una sorta di manifesto programmatico proposto da una band per la quale, da lì in poi, le cose saranno tutt’altro che semplici; in Italia, le poche recensioni escono da ambiti rock, e questo perché la critica jazz nostrana, inclusi personaggi di un certo peso, e dall’autorevolezza riconosciuta, tendevano a snobbare questi generi che mescolavano jazz, rock e folk, da qualsiasi nazione provenissero.

Con una miopia pari, forse, solo ad una certa saccenza, il jazz europeo, in generale viene visto con un certo distacco ed il Festival di Montreux, inattaccabile dal punto di vista dell’evento in sé, visti anche gli eccellenti riscontri di pubblico, non viene però affatto preso in considerazione, in maniera seria, dal punto di vista artistico, se non per esprimere obiezioni e critiche; la partecipazione degli Agorà, ad esempio, viene praticamente ignorata, dando la misura del fatto che, sin da allora (ed avviene ancora oggi…), parte dell’ambiente musicale italiano, in special modo chi ne scrive, spesso è il peggior marketing-manager di sé stesso…

Penetrazione, Serra S. Quirico Pt 1 e 2, Acqua Celeste e L’Orto di Ovidio sono le cinque tracce che illustrano, in modo chiaro ed inequivocabile, l’unicità di questo gruppo; più volte i critici, soprattutto all’epoca, hanno cercato di individuare altri artisti, soprattutto stranieri, a cui accostarli, artisti dai quali avrebbero dovuto, in teoria, aver preso una qualche ispirazione; ma l’ascolto di questi brani, se fatto in maniera seria ed attenta, conduce decisamente altrove.

Certo, ci sono echi del jazz-rock di Canterbury e, si, c’è anche qualche riferimento al rock progressivo ma, di fatto, associarli a musicisti precisi è alquanto improbabile: pur proveniendo, come detto, da esperienze decisamente eterogenee, ma forse proprio per questo motivo, i cinque sono riusciti a forgiare uno stile molto personale, a mescolare suoni e dinamiche con caratteristiche peculiari che si paleseranno, in modo altrettanto evidente, nel loro secondo lavoro, il primo in studio, quell’Agorà II, pubblicato l’anno seguentein cui, l’improvvisazione che li vide protagonisti durante il bis in terra elvetica, venne sviluppata sfociando in quella Cavalcata Solare che rappresenta, probabilmente, uno fra i loro brani più interessanti: Lucio Cesari ha preso il posto di Colafrancesco, al basso, Nino Russo si è aggiunto alle percussioni ed al sax, ma da qui in poi sarà un’altra storia, per conoscere la quale rimandiamo al succitato volume.

Come è capitato diverse volte, in Italia, l’interesse per gruppi come gli Agorà è riemerso a distanza di decenni, ovvero nel momento in cui l’ascolto di album come Agorà – Live in Montreux ha lasciato di stucco parecchi appassionati di musica, anche giovani, molti dei quali si sono chiesti come fosse possibile che, band di questo livello, fossero rimaste confinate per anni ed anni nel sottobosco musicale italiano, messe in secondo piano da artisti spesso, obbiettivamente, di assai minor valore.

Vale senz’altro la pena di chiudere con una frase di Paolo Colafrancesco che, intervistato da Daniele Caroli su Ciao 2001 nell’ottobre del 1975, alla domanda sul perché la musica degli Agorà fosse così “serena”, rispondeva: “Se tu conoscessi Serra San Quirico, il posto dove proviamo, non avresti bisogno di chiedermelo. E’ una località incantevole e tranquilla, in collina, dove non potremmo fare i nevrotici neanche se lo volessimo…

(Atlantic Records/Btf, 1975)