Shelagh McDonald

(Pierangelo Valenti – 17 aprile 2019)

A partire dalla fine degli anni Sessanta, ma in alcuni casi sporadici anche prima, il cantautorato femminile sulle due sponde dell’Atlantico era in piena fioritura, autosufficiente e determinato, non avendo certo nulla da inviare alle parallele prestazioni dei colleghi del cosiddetto sesso forte. Troppo spesso però queste antesignane venivano poco considerate, trattate con autosufficienza, penalizzate ancora da un retaggio culturale arretrato, nonostante le belle parole sull’emancipazione cui raramente facevano seguito azioni in tema, quando addirittura non subivano censure e, nella migliore delle ipotesi, passavano come meteore trascurate ed ignorate. La stragrande maggioranza ha conosciuto questa sorte comune, essendo le eccezioni veramente scarse e, tra queste rarità, senza fare nomi per non alimentare polemiche, rientrano artiste assolutamente sopravvalutate dal punto di vista dell’ispirazione e musicale a scapito di chi invece avrebbe meritato molta più considerazione. Gli eterni intrallazzi del business, del clientelismo, del vendersi al migliore offerente per ritagliarsi un posto nel paradiso discografico. Così è sempre andato il mondo. Nel novero delle “sfortunate” ma decise e imperterrite a seguire la propria strada, qualunque essa potesse essere, amiamo citare Shelagh McDonald (1948, Edimburgo), autrice, chitarrista e pianista scozzese titolare all’inizio degli anni Settanta, appena ventiduenne, di due eccezionali long-playing (“The Shelagh McDonald Album” e “Stargazer”), caratterizzati pressoché in toto da sue composizioni, nei quali compare il fior fiore dei musicisti folk, rock e jazz britannici: Keith Tippett (Centipede), Richard Thompson, Dave Mattacks, Danny Thompson (Fairport Convention e Pentangle), Keith Christmas, la sezione ritmica dei Fotheringay, Ian Whiteman, Roger Powell e Michael Evans, tre membri dei Mighty Baby (ex Action). E scusate se è poco. La sua storia è curiosa ed interessante. Giovane promessa delle Highlands, paragonata a Joni Mitchell per la scrittura e a Sandy Denny per l’ugola con qualche sottile vena malinconica alla Nick Drake, sparì misteriosamente dalle scene mentre stava registrando il terzo lavoro, a quanto si vociferò, dopo aver ingerito una pastiglia lisergica di pessima qualità che le regalò per mesi paranoia ed allucinazioni e le devastò la voce. Alcune fonti la diedero emigrata in Canada, altre chiusa in un convento a seguito di un’improbabile conversione religiosa, altre ancora riportata a forza al paese natale dai genitori. Venne ritrovata quasi casualmente solo nel 2005 in occasione della riedizione in digitale dei due dischi, potenziati di inediti dal vivo ed in studio, da parte della Sanctuary Records (Castle Music): “Let No Man Steal Your Thyme”, doppio cd consigliato caldamente a tutti. Il quotidiano Scottish Daily Mail recensì il lavoro e l’articolo catturò l’attenzione dell’artista che si recò alla redazione del giornale raccontando l’intera storia della sua scomparsa. In breve, dopo essersi ripresa dagli effetti psicosomatici della sostanza stupefacente, sposò un venditore ambulante di libri girando tutta l’Inghilterra settentrionale e vivendo in dimore occasionali o in tenda per trent’anni fino alla morte del marito. Shelagh è tuttora intenta a recuperare il tempo perduto frequentando i circuiti folk come agli inizi, sempre con chitarra e voce ad alti livelli – nel 2013 ha pubblicato “Parnassus Revisited”, un cd domestico autoprodotto sparito subito dal mercato – partecipando a lavori di diversi colleghi (soprattutto in studio e dal vivo con il gruppo folk rock scozzese Razorbills) e accompagnata da annunci vieppiù insistenti nel confermare l’uscita di un vero e proprio album del dopo riscoperta, “Timescapes”, che purtroppo al presente non si è ancora concretizzato. “The Dowie Dens of Yarrow” o “The Braes of Yarrow” o semplicemente “Yarrow” (“Derry Dems of Arrow” negli Stati Uniti), è una popolare border ballad di parte scozzese e di autore ignoto distribuita all’origine come broadside e poi finita in numerose antologie a stampa. Pubblicata per la prima volta nel 1803 sul “Minstrelsy of the Scottish Border” di Walter Scott ma sicuramente molto più antica, venne catalogata al numero 214 con ben diciannove varianti, compresa una versione scandinava, nella collezione del professor Francis James Child (“English And Scottish Popular Ballads”). Narra le vicende di un innamorato in conflitto con diversi pretendenti per la mano della stessa fanciulla (una sorta di Penelope in ambito medioevale o rinascimentale il cui nome non compare mai) con finali tragici (il giovane viene ucciso dall’ultimo sopravvissuto del gruppo) o a lieto fine a seconda delle versioni a noi giunte. La composizione presenta qualche similitudine con la sorellastra “Bruton Town” o “The Bramble Briar” dove nell’epilogo si svela che la fanciulla, figlia del signore padrone, della quale si è invaghito un giovane servitore di casa, la notte precedente sogna nei dettagli l’uccisione dell’innamorato da parte dei fratelli di lei su incitazione del genitore. Una preghiera, prima che sia troppo tardi: andate su Amazon o su eBay, o dove volete e sapete voi, e portatevela a casa di peso. Grazie.

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