Salvini al tempo di De André – Quanto Salvini siamo?

L’arte è, per chi la crea e supposto che “creare” sia il verbo più esaustivo, la concretizzazione dell’estro superlativo di una espressione grafica, musicale, letteraria, ecc.; per chi se ne serve, un riferimento potente per migliorare l’uomo in quanto individuo pensante e la società o la comunità in cui vive come collettività. L’artista esprime al meglio il proprio talento soprattutto se libero da condizionamenti sociali politici e anche culturali e quando la sua opera per il suo alto valore diventa “collettiva” a maggior ragione diviene patrimonio di tutti. È successo con tanti artisti e in qualsiasi forma d’arte. È successo con Fabrizio De André e in queste settimane, a vent’anni dalla morte, viene giustamente ricordato e celebrato. Da tutti. Pure da chi, per pensiero e formazione culturale, dovrebbe collocarsi a debita distanza. Abbastanza giustamente e nel senso più etico possibile, l’accostamento a De André di alcune personalità politiche e in particolare quella del Ministro degli Interni ha indignato e fatto storcere il naso quanti si ritengono vicinissimi al pensiero deandreiano e/o lontanissimi dalle azioni dell’astuto politico. Questa scaltrezza, tra l’altro comunissima tra i rappresentanti politici in generale, non è piaciuta neppure al sottoscritto ma ha lasciato una certa indifferenza l’indignazione dei tanti rispetto alla “furbata”. Le dimostrazioni di insofferenza “…non ha capito…”, “…qualcuno gli dovrebbe spiegare che…”, “…De André si rivolterebbe nella tomba…” e così via si sono moltiplicate sui social. E anche in Tv. Però qualcosa non torna. A me non sembra, per esempio, che tutti gli appassionati di De André ne condividano il pensiero; nei fatti intendo. Sempre ammesso che un artista si debba amare anche o soprattutto per il suo manifesto culturale – il discorso è ampio e convincimenti definitivi non ne ho – il mio riferimento è appunto rivolto a quanti si sono mostrati infastiditi dall’apprezzamento del politico nei confronti dell’artista. Nella mia riflessione non riesco a fare a meno, ahinoi, di pensare al singolo individuo nella sua incoerenza e nella sua personalità variabile tra ciò che dice, ciò che fa e ciò che pensa realmente: una soggettività multipla, tridimensionale, alla quale il famoso “ni” andreottiano fa un baffo. Luigi Tenco invece: “…in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre poi non ti dicono mai cosa pensano dentro…”. Si va oltre con Nanni Loy, con lui si è materializzato il più complesso “sì, no, forse, boh, non lo so”. Riconducibile a questo “disallineamento” di azioni è, con moltissime probabilità, soprattutto la società dell’immagine (o dello spettacolo) sviluppatasi parallelamente al disastroso ruolo che la Televisione ha avuto nella nostra società nell’ultimo trentennio. Un ruolo rivelatosi, alla lunga, non educativo ma diseducativo. La Televisione, i suoi editori e i suoi proprietari intendo, hanno spudoratamente trattato il pubblico come fosse merce facendo diventare la più importante cultura del mondo una cultura pubblicitaria fatta di volgari slogan e svuotata dei contenuti e dei suoi valori. Si è sempre sostenuto che il nostro Paese dovesse “campare” con l’arte e la cultura; non a caso, di fatto non lo fa e non abbiamo neanche il tempo di chiederci il perché. La Tv ha creato un mondo a parte: noi e loro, io e tu; la Tv ha isolato piuttosto che avvicinato mercificando tutto trattando persone e sentimenti come cose e oggetti. Pur vivendo in comunità siamo diventati sostanzialmente individualisti. E alzato muri. Quegli stessi muri che faticosamente col tempo si sono abbattuti tornano come spettri. L’emittente televisiva, il più formidabile mezzo di servizio pubblico e di globalizzazione, almeno nel senso dell’armonia fra i popoli, nella realtà è risultata un influente strumento di potere in mano a pochi timonieri. In definitiva, la Tv è diventata un incredibile imbroglio culturale (e a chi la fa per molto tempo testa e cervello ne assumono forma e contenuti). Renzo Arbore, uno dei pochi veri padri autorevoli del piccolo schermo, fa televisione solo lo stretto necessario (il suo format “Indietro tutta” sarebbe da studiare più che da vedere). Il filosofo austriaco Karl Popper, tanto per citarne uno di studioso, scriveva “Cattiva maestra televisione”. Regola numero 1, 2, 3…: tutti devono stare zitti e adeguarsi, nessuna parola fuori posto. Tutti, artisti compresi. Altrimenti ti giochi i concerti, gli spettacoli, le comparse, le conduzioni sanremesi… Claudio Baglioni s’è giocato il terzo giro del festival dei fiori per aver disturbato il timoniere dicendo la sua sul dramma dei migranti. “Pensa a cantare!” gli è stato detto; questa breve frase contiene un concentrato spaventoso di volgarità, ignoranza e arroganza autoritaria oltre ad una chiara, e non velata, minaccia. Sarebbe da ricordare che l’artista dal 2003 al 2012 a Lampedusa ha organizzato il festival “O’ Scià” sul tema dell’accoglienza e dell’emigrazione. Vabbè… Questa è anche la RAI, dove da sempre si fa la cosiddetta “informazione”; le emittenti private non le consideriamo sennò non la finiamo più. E noi dove ci collochiamo in tutto questo? Non ci riguarda? Eh no, ci siamo dentro fino al collo. Noi siamo a seguire, il risultato, quasi in fondo alla scala gerarchica. Possiamo essere mestieranti qualsiasi, addirittura educatori, parolai per lo più che tentiamo, e spesso ci riusciamo, di toccare e utilizzare le delicate corde degli affetti dove gli argomenti e le parole chiave “famiglia, figli, drammi, paure,  morbosità…” sono utilizzate come arieti emotivi, esattamente come si fa in Tv. I figli, cerchiamo di farci credere che ci riferiamo a quelli della comunità mentre nella realtà quelli a cui pensiamo realmente sono figli propri, di sangue; sono loro i destinatari di privilegi e benefici, a danno ovviamente degli altri figli, quelli sì, della comunità. Non solo in Tv, è tutto un “ah ah ah (la gente vuole ridere)” e “beneficenzeliberacoscienze”. Salvini cita De André. De André si rivolta nella tomba? Certamente. Ma il mio pensiero è che a De André gli si rivoltava lo stomaco anche in vita, perciò cantava con coerenza quello che scriveva, gli si rivoltava lo stomaco soprattutto per i Salvini che sono in noi e non per il Salvini di turno. Noi furbescamente (e comicamente) ci siamo girati dall’altra parte: “non dice a me”.

La sfida dell’arte e della cultura oggi, soprattutto quella che si manifesta in pubblico sotto forma di spettacolo nelle piazze, nelle sale, ecc. credo sia quella di coinvolgere lo spettatore nello spettacolo stesso, di renderlo più che partecipe, parte dello spettacolo. La sfida oggi è (tornare a) mettere l’uomo al centro dei contenuti della performance stessa degli artisti perché è anche colpa sua, dell’uomo, se “distratto” dallo spettacolo del “divertimento puro” un altro uomo ha potuto approfittare per realizzare vantaggi personali. In questo dobbiamo sforzarci come operatori culturali. Ce ne sono tanti che lo fanno e anche tanti artisti. Ma tantissimi ci marciano. Spiace dirlo, ma molto spesso nelle manifestazioni si replica lo spettacolo televisivo, come se si fosse trasferita la televisione dal salotto di casa alla piazza del paese o della città, nella sala teatrale, ecc. L’intrattenimento puro. Nei bar e nei locali piano-bar addirittura l’apparecchio televisivo c’è entrato già da un pezzo. Inoltre, deve essere l’operatore culturale, l’organizzatore, a dare un indirizzo culturale oltre che artistico della proposta di spettacolo. È fondamentale. Mi viene l’orticaria, e succede spesso, quando sento operatori culturali, forse solo organizzatori, che dicono “…il nostro pubblico vuole questo, il nostro pubblico vuole quello…”. Ci sta che il pubblico scelga di vedere una partita di pallone o un altro evento invece del tuo ma fargli decidere quale spettacolo gli si debba organizzare, perché così è, per me rimane una tragedia, un dramma culturale. Vuoi questo? vuoi quello? quanto te ne serve? quanta dose… Diventiamo noi stessi venditori di merci. Per cui l’appiattimento, la cultura pubblicitaria e massificante. Come in Tv, un concentrato di “costume & società” in tutte le salse ma con titoli differenti e persino nei telegiornali. Il Paese che dovrebbe campare di cultura ma che nei fatti non lo fa; è una nenia. Ci stupiamo se Salvini cita De André. All’occasione citerà Gramsci o Pasolini o altri ancora, lo farà da uomo pubblico (di provincia). Mi ripeto, a mio avviso la sfida è la formazione del pubblico. Certamente De André poneva l’attenzione sugli sfruttatori e sugli sfruttati e forse questo ci ha dispensati, fatto sentire fuori, ci ha fatto sentire “spettatori”, appunto, “pubblico”, come fossimo in un’altra dimensione. Ma l’autoassoluzione ce la siamo data da soli. De André parlava anche di noi perché di volta in volta anche noi siamo sfruttatori e sfruttati. No, non solo Salvini non ha saputo leggere il messaggio deandreiano, De André ci aveva bene in mente, ci teneva d’occhio. Gramsci li ha chiamati “indifferenti”. Ne “La ricotta” di Pasolini un uomo muore nell’indifferenza: è la morte della pietas. Concentriamoci sulla sfida, sui veri ultimi della scala morale “…e se vi siete detti / non sta succedendo niente… …anche se avete chiuso le vostre porte sul nostro muso… …per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti…”! anzi!!

ps 1. Tranquilli, sapremo trovare una soluzione. “Tutti colpevoli tutti assolti”, ce la ricordiamo?

ps 2. Bravo Baglioni, ed è stato giusto sottolinearlo. Solo una cosa: con le sue possibilità economiche e alla sua età non è che mi entusiasmi tanto il suo intervento se penso ai numerosi sconosciuti che tali sono rimasti anche per aver detto la propria a tempo debito e senza coperture. Senza dubbio, più solidale con Tenco: “…io sono uno che non nasconde le sue idee, questo è vero perché non mi piacciono quelli che vogliono andar d’accordo con tutti e che cambiano ogni volta bandiera per tirare a campare”.

ps 3. È probabile si viva il tempo di Salvini (i famosi tre minuti di notorietà) ma è sicuro che sarà sempre il tempo di Faber.

Stefano Starace, direttore artistico Mo’l’estate Spirit Festival

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