Rival Sons – Feral Roots

(Andrea Romeo – 26 ottobre 2019)

Per qualsiasi tipo di genere musicale, soprattutto per quei generi nati nel periodo a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, pare ormai un fatto normale dover cercare, continuamente ed insistentemente, artisti che si possano considerare gli “eredi” di quel periodo, di quei musicisti, di quella attitudine nel fare musica.
Nell’ambito del rock-blues, poi, questa ricerca assume spesso una connotazione spasmodica, quasi che quell’eredità debba necessariamente trovare degli epigoni per poter continuare a vivere.
Questa ansia, tra le altre cose, rischia di creare davvero non pochi problemi a quelle band che, trovandosi incidentalmente a porsi in quel modo, con quello stile, con quell’attitudine, magari con suoni simili, vengono risucchiate in un maelstrom di discussioni, polemiche, paragoni, giudizi, dei quali, soprattutto nelle interviste, farebbero molto probabilmente volentieri a meno.

I Rival Sons sono, senza ombra di dubbio, una solida, interessante e stimolante band di hard-rock, nata nel 2008 a Long Beach, California, dal chitarrista Scott Holiday, dal batterista Micheal “Mike” Miley e dal bassista Robin Everhart, ai quali si unì presto, non senza qualche tentennamento iniziale, il cantante Jay Buchanan.

Con questa line-up il gruppo californiano ha realizzato tre album ed un EP finchè, nel 2013, al basso è subentrato David Baste, con il quale hanno proseguito l’attività sino a giungere a Feral Roots, il loro settimo lavoro.

L’arma in più, a disposizione di una band solida, quadrata e trascinante, è sicuramente la voce di Buchanan, potente ed espressiva, che non ha nulla da invidiare a quella di colleghi “d’altri tempi”, ben più conosciuti e celebrati; e poi le chitarre, distorte e graffianti, legame indissolubile, questo si, con quell’hard-rock di cui “tocca” a loro essere eredi.
Il quartetto macina i suoi riff con classe ed energia, ma si destreggia altrettanto agevolmente con i brani acustici, come ad esempio la title track, e questo per la “gioia” di coloro che, finalmente, potranno imbastire le ennesime nuove discussioni su “quanto possano assomigliare ai Led Zeppelin”.
In realtà la band ha, e non da ora, un suono ed uno stile propri, che li caratterizza e che li rende del tutto riconoscibili fra le altre band coeve; se poi è vero, e può esserlo, che i riferimenti di questi gruppi affondino le radici in uno dei periodi musicali più ricchi, qualitativamente e quantitativamente, questa non è di certo una loro colpa, ma il riconoscimento, evidente, del fatto che, per muoversi in determinati ambiti musicali, occorra ancora fare i conti con artisti che non sono ancora stati archiviati.
Detto questo, ascoltare i Rival Sons senza pregiudizi, né opinioni preconcette, permette all’appassionato di gustarsi una band assolutamente brillante; se poi all’ascolto dovesse porsi un giovane che ha in animo di “mettere su un gruppo”, ebbene, sicuramente una band come questa non farebbe altro che stimolarlo ad imbracciare una chitarra elettrica, trovare dei compagni di avventura e provare a vedere che effetto fa sognare, per lo meno sognare, di diventare delle rockstar.

Che poi, non è affatto detto che, invece, la cosa non si realizzi davvero…

(Atlantic Recordings/Wea International, 2019)

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