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Sir Lord Baltimore – Kingdom Come-SLB

(Andrea Romeo)

Per entrare nella storia, in questo caso quella musicale, a volte basta un attimo: è sufficiente anche solo appoggiare, in senso lato, il piede oltre la soglia, per lasciare un’impronta che verrà riconosciuta molto tempo dopo, restituendo seppur tardivamente dignità e valore ad un’esperienza che, originariamente, era passata pressochè sottotraccia.

Questa, in sintesi, potrebbe essere la descrizione della vicenda artistica dei Sir Lord Baltimore, un’avventura che ha avuto davvero tempi strettissimi, durata giusto un paio d’anni, quasi un vero e proprio flash.

La band prende forma nel 1968 a Brooklin, grazie all’unione tra la voce solista e batterista John Garner, il chitarrista Louis Dambra, ed il bassista Gary Justin e già da subito la band fa capire di essere qualcosa di sostanzialmente differente da buona parte della scena musicale newyorkese: dopo poco più di un anno, nel 1970, pubblicano il loro album di debutto, Kingdom Come, un lavoro decisamente più aggressivo rispetto ai prodotti rock di quell’epoca, anche di quelli considerati più duri, e questo anche grazie al lavoro, in sede di produzione, di Eddie Kramer (la cui carriera, già in forte ascesa nei sixties, decollò definitivamente negli anni ’70, facendone un produttore di riferimento per i decenni successivi), che utilizzò in post-produzione la tecnica del multi-tracking, all’epoca non comunissima, per registrare chitarre e basso; il suono che ne scaturì era potente, aggressivo, una vera novità per quegli anni.

Malgrado queste interessanti premesse l’album, che pure ebbe nell’immediato un buon riscontro, soprattutto da parte della critica, non seguì le orme di altri lavori coevi, magari soggetti a critiche impietose, ma destinati ad assurgere quasi immediatamente a successi conclamati (basterebbe citare Led Zeppelin I, Led Zeppelin II, usciti l’anno prima, Black Sabbath o Deep Purple in Rock, usciti nel medesimo anno), ma scomparve dagli ascolti finendo per essere velocemente dimenticato.

Eppure anche la stampa, nella figura di Mike Saunders, giornalista della rivista Creem, si interessò parecchio all’album, e recensì Kingdom Come definendolo come il primo lavoro “heavy metal”; una sorta di primogenitura che sarebbe stata loro accreditata soltanto molto tempo dopo.

L’anno successivo la band ci riprovò, realizzando l’omonimo album Sir Lord Baltimore, uscito nello stesso anno di Machine Head, Black Sabbath Vol. 4, dopo essere divenuti un quartetto grazie all’ingresso di Joey Dambra come secondo chitarrista.

Per venire incontro ai gusti più mainstream, la band si propose in modo meno aggressivo, rinunciando ai cambi di ritmo ed ai suoni aspri del primo lavoro e presentandosi secondo un hard rock più canonico, il che comunque non li risparmiò da un lento ed inesorabile declino: grossi problemi personali inficiarono la preparazione, peraltro già avviata, del terzo lavoro (Sir Lord Baltimore III Raw) che, programmato per il 1976, uscì poi solamente nel 2006, durante una episodica reunion che vide presenti i soli Garner e Dambra, supportati da Tony Franklin, al basso, e con Anthony Guido alla chitarra e Sam Powell al basso, come ospiti.

La morte di Garner, avvenuta nel 2015, ha di fatto messo la definitiva parola fine alla vicenda artistica dei Sir Lord Baltimore, una band che aveva stabilito una sorta di piccolo record, divenendo antesignana di un genere, l’heavy metal, prima ancora che questo genere diventasse tale, cosa che avvenne peraltro solamente qualche anno dopo.

Ascoltando i due album, riuniti in questa uscita pubblicata nel 2003, si percepisce chiaramente la differenza tra il primo ed il secondo lavoro, con il tentativo di addolcire i suoni per giungere, possibilmente, ad un pubblico più ampio; una mutazione avvenuta, tra l’altro, senza immaginare che, da lì a qualche anno, sarà esattamente il processo inverso, ovvero l’indurimento dei suoni e la maggior velocità di esecuzione, a decretare l’ascesa di quei gruppi che, dell’heavy metal, saranno per sempre considerati gli indiscussi padri fondatori.

Alla band di Brooklin, malgrado la minor considerazione ottenuta all’epoca, anche rispetto a band affini e coeve, ma sempre ritenute in un certo senso “minori”, come Dust, MC5, Blue Cheer, High Tide o The Frost, la soddisfazione, postuma, di essere stati certificati, e non solo dagli addetti ai lavori, quali iniziatori di un percorso musicale che, ancora oggi, ha un seguito ed una credibilità invidiabili.

(Red Fox Records, 2003)