Crea sito

Magellan – Hour of Restoration

(Andrea Romeo)

I Magellan non sono mai stati una vera e propria band quanto, in realtà, la realizzazione di un’idea del cantante, tastierista e trombonista californiano Trent Gardner, affiancato dal fratello Wayne alle chitarre, ai cori ed occasionalmente al basso.

Nel 1991 i due, coadiuvati dal bassista Hal Stringfellow Imbrie, diedero alle stampe un album, Hour of Restoration che colpiva innanzitutto per la copertina: un veliero, che naviga nel cosmo, spinto da venti stellari, un’immagine che riporta immediatamente alle numerose illustrazioni di cui è ricca la letteratura scientifica, e fantascientifica, dell’800.

Sull’onda di questa iconografia, l’album è un vero e proprio piccolo viaggio nella storia, e specificamente nella storia inglese, che poggia sulle due mini suites, Magna Carta e Union Jack, decisamente i brani che meglio connotano l’intero lavoro.

Per i cultori del genere prog, ma soprattutto per coloro che ne apprezzano maggiormente l’aspetto, diciamo così, estetico, ci sono tutte le caratteristiche più seducenti: cambi di tempo e di ritmo repentini, oltre ovviamente a molte strutture dispari, tastiere che imperversano ampiamente, stacchi precisi e ripartenze repentine, inserti di chitarra, non frequentissimi, ma ficcanti, testi elaborati, complessi e neppure facili da inserire nella struttura dei brani stessi, insomma un coacervo di tutto ciò che il prog, quello più specificamente sinfonico, può offrire, ma concentrato in poco meno di quarantacinque minuti.

Un dettaglio salta all’orecchio, a prescindere dal fatto che si sia o meno degli appassionati del genere, ovvero che ci sia una batteria quantomeno anomala, troppo metronomica per non dare adito a qualche dubbio: dubbio lecito, peraltro, e presto risolto, perché si tratta, in effetti, di una drum machine, programmata in maniera davvero spettacolare, per certi versi, perché soltanto nei passaggi in cui ci si attenderebbe una maggiore personalità, risulta troppo “perfetta”, troppo meccanica, innaturale, priva del “tiro” che un batterista avrebbe certamente potuto offrire.

Detto questo, il debutto dei Magellan è un album che, indubbiamente, ha un suo certo fascino, attrae perché suona magniloquente e, come detto, sinfonico ma, nonostante ciò, scorre via con una certa fluidità; non è neppure dispersivo, da un punto di vista esecutivo, tant’è che, probabilmente, i brani in cui si può apprezzare maggiormente la vena compositiva dei fratelli Gardner, sono quelli più brevi: The Winner, ad esempio, ma anche Friends of America o Another Burning, in cui le interessanti aperture melodiche, unite ad una certa inventiva nelle soluzioni ritmiche ed armoniche ed alle piacevoli polifonie vocali, riescono ad essere più immediate ed apprezzabili.

Hour of Restoration rimane, comunque, un album per appassionati, un lavoro che difficilmente avrebbe potuto attirare un pubblico più ampio, per lo meno nel periodo in cui uscì, periodo in cui, vale la pena ricordarlo, si era in piena esplosione grunge, e quindi si ascoltavano uno stile, dei suoni ed un approccio musicale radicalmente differenti, e lontani anni luce da una musica che, per quanto scorrevole, risultava comunque molto costruita ed elaborata.

I Magellan che, per certi versi ricordano qualcosa dei Kansas, ed in minima parte dei Rush, avranno una carriera tutto sommato breve: altri sei album in studio, nei quali apparirà una serie di importanti ospiti, tra i quali Ian Anderson (Jethro Tull), Joey Franco (Twisted Sister, Van Helsing’s Curse), Doane Perry (Jethro Tull), Robert Berry (Hush, Alliance) e Tony Levin (King Crimson, Peter Gabriel, Liquid Tension Experiment), per una band che, tutto sommato, suona un po’ come un’occasione perduta, o comunque non del tutto elaborata, e questo perché le potenzialità che si intuiscono non sono mai state compiutamente sviluppate.

La morte di Wayne Gardner, nel 2014, cui ha fatto seguito quella di Trent Gardner due anni dopo, ha chiuso definitivamente i giochi, lasciando a mezz’aria, e coperto da un velo di malinconia, un discorso ancora aperto, insieme ai tanti progetti ancora possibili.

(Magna Carta, 1991)