Esbjörn Svensson Trio – Live in London

(Andrea Romeo – 18 dicembre 2019)

Quindici anni: solamente quindici anni, è durata l’avventura umana ed artistica dell’Esbjörn Svensson Trio, la creativa ed innovativa formazione svedese nata, nel 1993, dall’incontro musicale fra il pianista svedese, nato a Skultuna, con l’amico d’infanzia, batterista e percussionista, Magnus Öström, ed il contrabbassista Dan Berglund.
Un lasso di tempo, relativamente breve, nel quale il trio ha lasciato impronte indelebili, nell’ambito del jazz d’avanguardia, europeo e mondiale, e questo non solo per la dozzina di album in studio, ed i quattro live sinora pubblicati, ma soprattutto per il fatto di aver fissato degli standard, altissimi, di ricerca ed espressività musicale.

Una formazione che è stata capace di ridurre, quasi di annullare, la distanza tra musica jazz e musica rock/pop, inventandosi letteralmente un linguaggio musicale, innovativo e dalle notevoli prospettive future, il cui percorso si stava evolvendo ulteriormente, grazie all’inserimento, ed all’integrazione, della musica elettronica all’interno del suono del gruppo.
Tutto ciò stava accadendo quando, un disgraziato incidente subacqueo, si è portato via un uomo, ed un musicista, dalla rara sensibilità artistica e capace di avere una visione artistica ampia e profonda.

L’Esbjörn Svensson Trio si è espresso, non solo “in proprio”, ma anche attraverso collaborazioni di altissimo profilo, ovvero Pat Metheny, Nils Landgren, la Schleswig Holstein Chamber Orchestra, ed è stato protagonista di numerosi tour mondiali, nonché della manifestazione musicale Jazz Baltica, che all’epoca si svolgeva ancora a Schloss Salzau vicino a Kiel, in occasione della quale, nel 2003, incrociò per la prima volta il chitarrista di Lee’s Summit, Missouri, con il quale l’empatia e l’intesa scattarono immediatamente.

Live in London, registrato al Barbican Centre di Londra il 20 Maggio del 2005, è la testimonianza fedele dell’eclettismo, della modernità, e della capacità, da parte di questo ensemble musicale, non solo di mescolare classico e moderno, ma anche di guardare avanti, senza precludersi alcun tipo di evoluzione artistica; il jazz vissuto come genere musicale “fluid and shifting”, ovvero fluido e capace di spostarsi, in avanti, verso nuovi approcci e nuove interpretazioni.
Un pianismo che propone, oltre a fraseggi complessi ed intensi, pause ed iterazioni, percussioni che spesso, invece di sviluppare un accompagnamento continuo, si avventurano in linee ricche di fratture, assecondate da un contrabbasso, che non disdegna l’utilizzo dell’elettronica, per creare un suono differente, ruvido, a tratti dissonante.
Nelle dieci tracce contenute nel doppio cd, tracce peraltro insolitamente lunghe, soprattutto per gli standard usuali del jazz, si percepiscono chiaramente tutte queste peculiarità che, dilatate nell’ambito di un contesto “live”, divengono dei veri e propri standard: chiunque vorrà porsi come avanguardia, d’ora in poi, non potrà certo non tenerne conto.

Una serata di quelle da ricordare, in cui la band è stata in grado di esprimersi al meglio, e nella quale tutto, dalle capacità tecniche all’intensità interpretativa, ha funzionato a meraviglia.
Superfluo, infine, ragionare su ciò che avrebbe potuto ancora offrire questa formazione, che pareva essere solamente all’inizio di un percorso artistico ancora ampiamente in divenire; quello che è certo è il fatto che sia stata di grande ispirazione, per tutta una serie di musicisti più giovani, influenzati e stimolati da questo trio il cui impatto, sulla scena mondiale, è andato crescendo nel tempo in modo continuo e progressivo, e non ha affatto smesso di produrre stimoli e sollecitazioni.

(ACT Music, 2018)

Precedente I guai giudiziari sembrano non fermare Ryan Adams... Successivo Alle volte le copertine ingannano, cronaca di un ritardato ascolto. The Big Sound di Federico Franciosi (o semplicemente Ciosi)