ABWH – ABWH

(Andrea Romeo – 8 luglio 2020)

Siamo verso la fine dei tanto discussi, ed assai vituperati, “eighties”, il movimento new progressive ha iniziato la sua lunga corsa, per lo meno da sette, otto anni, ma delle band appartenenti al decennio precedente, di quei gruppi che, questo genere, lo hanno senza volerlo creato, che cosa è rimasto? Hanno, o avranno ancora, un futuro, ma soprattutto… hanno un presente?

Fra i gruppi che vivono una situazione complicata, lo scettro di quella “più” complicata spetta senz’altro agli Yes; se i Genesis sono andati “per sottrazione”, gli Yes hanno optato per l’opzione moltiplicazione, ed il risultato è stato decisamente straniante.
Un viavai di uscite, ingressi, ritorni, condito da discussioni, litigi, arrivando spesso a sfiorare le proverbiali “vie legali”, sintomo che, la questione artistica, era diventata ormai secondaria rispetto a quella umana.
Da una parte Chris Squire ed Alan White, insieme al “redivivo” Tony Kaye, ed al chitarrista sudafricano Trevor Rabin, l’uomo che nel 1983 aveva di fatto salvato la band grazie al singolo Owner of a Lonely Heart, il cui video spopolò su MTV, che divenne un successo tanto clamoroso quanto inatteso. Dall’altra l’uomo dei sogni, il poeta Jon Anderson, incapace di accettare totalmente il nuovo corso, e questo perché intensamente legato ad un modo di fare musica profondamente distante da concetti come “singolo”, “classifica”, più vicino invece ad una visione di opera d’arte in senso complessivo.
L’idea che gli balenò in mente fu quella di riunire la line-up originale della band quella, per intenderci, di Fragile e Close to the Edge che, secondo lui, aveva ancora qualcosa da dire: Squire non sarebbe stato, ovviamente, della partita, ma gli altri? E gli altri erano Bill Bruford, appena uscito dai King Crimson, Rick Wakeman e Steve Howe, in sintesi coloro che, il suono Yes, l’avevano creato; c’era da trovare un bassista, e Bruford chiamò Tony Levin, con cui aveva lavorato alla corte di Fripp, e dei musicisti che li supportassero dal vivo, che vennero individuati in Milton McDonald, chitarra e Julian Colbeck, tastiera.

Quanto al nome, essendo Yes di proprietà di Squire, i quattro non vollero certo strafare… le loro iniziali sarebbero state sufficienti, e dunque ABWH fu l’acronimo con cui uscirono, con il loro album, nel 1988.
I fans di vecchia data tirarono un vero e proprio sospiro di sollievo: malgrado l’ampio uso di percussioni elettroniche da parte di Bruford, da sempre molto “avanguardista” nelle proprie scelte, la band che si presentò sul palco con la dicitura An Evening of Yes Music Plus, aveva riallacciato i legami con la propria tradizione e con la propria storia.

Tra i nove brani presenti nell’album, quattro mini suites, ovvero Themes, in apertura, Quartet, Order of the Universe ma, soprattutto, il brano che caratterizzò quel lavoro e riconciliò il presente con il passato, ovvero quella Brother of Mine che divenne centrale nelle esibizioni dal vivo, che non sfigurava affatto nei confronti dei brani del passato, e dimostrava che, si, questa band era ancora in grado di proporre uno stile ed un modo di approcciare la musica che avevano, comunque, una credibilità.

La storia di ABWH fu in realtà assai breve, di fatto poco più di due anni, e questo causò il rammarico di Bruford, che ne aveva ipotizzato un futuro interessante, magari indirizzato verso una direzione inaspettata visto che il materiale su cui lavoravano pareva stimolante; la realtà fu, invece, decisamente differente, perché le due band, ribattezzate dai fans YesWest, con base negli Usa, e YesEast, con sede in Inghilterra, quasi per inerzia (e certamente per spinte “esterne”) si avvicinarono lentamente, sino al punto di effettuare una fusione che proponeva tanti stimoli quante incognite.

Quest’ultima altro non fu che la vicenda di Union, album che avrebbe infatti visto la presenza, tutti insieme, di Anderson, Squire, Wakeman, Kaye, Howe, Rabin, Bruford e White

Dal vivo funzionarono, ed anche alla grande, perchè tutto sommato, riuscirono a non “pestarsi i piedi” l’un l’altro; in studio, viceversa, davvero molto meno, e questo perché troppe idee, compresse però in un luogo troppo angusto, non trovano lo spazio adeguato per liberare tutte le proprie energie. Come era abbastanza prevedibile, non ebbero un futuro, cosa che invece il progetto ABWH avrebbe potuto avere se solo i quattro ci avessero creduto di più, ma soprattutto non avessero sentito l’urgenza di ricongiungersi con un nome, rinunciando però ad una identità che si stava lentamente modellando, e che prometteva davvero sviluppi interessanti.

Due tra i protagonisti, chiariscono le cose, ed in modo inequivocabile: Steve Howe affermò, anni dopo, che potendo tornare indietro: “Non avrei accettato di chiamarci Yes, ed avrei portato avanti il discorso come ABWH”; Bill Bruford, da parte sua, fu ancora più netto: “Per poter sbocciare, ABWH aveva bisogno di essere lasciato in pace”.

La storia degli anni successivi ha, però, raccontato tutt’altro.

(Arista Records/BMG, 1989)

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