4Goblin – Four of a Kind

(Andrea Romeo – 11 febbraio 2020)

Quando capita di parlare dei Goblin, la reazione più ovvia, quasi automatica, soprattutto da parte di chi li conosce bene, e ne conosce la storia, è… “Quali Goblin?”.

Già, perché la vicenda di questo gruppo, ormai assurto, da anni, ad uno status di vera e propria icona musicale, non solo in Italia, ma soprattutto all’estero, citato, omaggiato, considerato quale fonte di ispirazione da innumerevoli band (gli Opeth non hanno mai fatto mistero di essere fans dei Goblin e di averli tra le fonti di ispirazione, tanto che alcuni dischi, ad esempio Roller, vengono suonati nel loro tour bus; nel loro album Pale Communion, inoltre, hanno inserito un pezzo che si intitola Goblin, omaggio alla band romana), è una vicenda che ha avuto, come si conviene a chi maneggia, da par suo, l’horror, rarissimi momenti di pace.
Le incarnazioni, in effetti, sono state davvero parecchie: i Goblin, appunto, ma poi i Back To The Goblin, i New Goblin, i Goblin Rebirth, i Claudio Simonetti’s Goblin (con l’appendice precedente dei Daemonia) ed infine i Goblin 4, per non parlare delle band “parallele”, ovvero Cherry Five e Reale Impero Britannico.
All’inizio includevano Massimo Morante, chitarra, Claudio Simonetti, tastiere, Fabio Pignatelli, basso, e Walter Martino, batteria e percussioni; successivamente si aggiunse Maurizio Guarini, tastiere, mentre a Martino, subentrò Agostino Marangolo alla batteria, per quella che fu, di fatto, la loro formazione “storica”, con cui occasionalmente collaborò al sax Antonio Marangolo.

Dalla fine degli anni ’70 in poi, la band si divide, si moltiplica, si scinde in differenti incarnazioni che risulta davvero complicato seguire, a causa del continuo viavai di musicisti che entrano, escono, tornano… insomma, una sceneggiatura davvero parecchio complicata.

Four of a Kind, che fa seguito al precedente Back To The Goblin, è il secondo lavoro dei Goblin 4, ovvero la formazione, fra quelle attuali, che allinea appunto quattro quinti dei Goblin “storici”, con l’esclusione di Claudio Simonetti: Morante, electric & acoustic guitars, bouzouki, Pignatelli, bass, keyboards, Guarini, keyboards, Hammond, clavicembalo, e Marangolo, drums, keyboards, con Antonio Marangolo sempre in qualità di collaboratore.

Nove tracce, di cui una dal vivo registrata ad Austin, Texas, in puro stile Goblin, nelle quali la loro capacità di realizzare brani, per così dire, “cinematografici”, si conferma del tutto inalterata: Uneven Times, Mousse Roll, Bon Ton, Kingdom o Dark Blue(s), ma il discorso vale comunque per tutti i pezzi contenuti nell’album, non sono semplici pezzi di ottimo prog strumentale, elaborati, intricati, ottimamente strutturati ed arrangiati, ma sono piccole sceneggiature; trasmettono non solo sensazioni legate strettamente alla musica, ma suggeriscono immagini, chiaramente connesse a quell’immaginario filmico horror che, inevitabilmente, è associato a questo gruppo in maniera indissolubile.
Guarini, e le sue tastiere i cui suoni mettono, ancora, un certo brivido e poi l’organo, con il suo incedere funereo, sepolcrale, il basso Rickenbacker di Pignatelli che non risparmia le sue peculiari, ed ormai celebri, sottolineature ritmiche, ed ancora la chitarra di Morante,che propone melodie, talora quasi romantiche, a tratti pinkfloydiane, ma assai spesso decisamente inquietanti.

Ci sono tutti, ma proprio tutti, gli elementi che caratterizzano questa band, e la considerazione che sorge spontanea è il fatto che, si, gli anni sono passati, perché Profondo Rosso è datato 1976, ma lo stile, i suoni, l’attitudine, la musica dei Goblin appaiono, davvero, senza tempo, assolutamente non datati e capaci, ancora oggi, di affascinare, incutere un certo timore, ammaliare l’ascoltatore che viene, suo malgrado, quasi trascinato all’interno di un misterioso film di cui, i quattro musicisti, elaborano, pezzo dopo pezzo, la altrettanto misteriosa colonna sonora.

(Black Widow Records, 2017)

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