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Jo Ann Kelly – “Jo Ann Kelly”

(Massimo Tinti)

Jo Ann Kelly” è un disco uscito nel 1969, con il rumore di fondo che cola dappertutto, tanto ronzio, pochissimi accordi. Un’album tutto di un pezzo, registrato con un’onestà nuda, tra i più personali di sempre. A quel tempo la Kelly era un’artista rispettata, cercata da quasi tutti per quella voce che camminava dritta sul filo tra il cielo e l’inferno.

Tony McPhee fece cose folli per farla entrare nei suoi Groundhogs; e così fecero pure Johnny Winter o Alan Wilson con i Canned Heat. Tutto sfuma per la determinazione dell’artista, decisa a rimanere da sola in quel mondo che è il blues; in quella terra inospitale fatta di canzoni sulla vendetta, l’omicidio e ogni cosa possibilmente dura, zozza, ubriaca.

Dopo aver suonato negli ambienti universitari della natia Inghilterra, assieme al fratello maggiore Dave, la Kelly espanse il suo dominio in tutti i folk club praticabili, suonò anche nei bar e dove la volessero. Con lei solamente una chitarra percossa ad orecchio; una linea ritmica perfettamente progettata ed eseguita, asciutta ma viva e pulsante, allo stesso modo dei pionieri del Delta blues. Un gioco semplice e dalla superficie irregolare trasformato in estasi dalla voce della Kelly; una Bessie Smith che sente mordersi le calcagna, che sta in piedi su quel palco tenendo per le briglie la grazia e il pericolo. La summa della sua opera è racchiusa in quello spartano e omonimo esordio che dicevamo, in quegli undici standard dedicati al mito di Charley Patton e registrati in giro per i pub di New York da Nick Perls. Una cosa importante ma dimenticata da tutti; forse perché grezza, oppure perché pur essendo un trentatregiri “Jo Ann Kelly” suona come un settantotto, con pochissimi filtri e nessun ritocco.

Solo il cuore primordiale del blues messo lì senza troppi fronzoli, con un diavolo alla finestra per riscuotere l’anima di qualcuno appena possibile.

Una performance naturale impressionante, con “Lousiana Blues” e tutte le altre canzoni a rappresentare l’antitesi di una hit commerciale; tanto scarnificate da far vedere il budello delle corde, gli occhiali della Kelly che scendono sul naso per il sudore. Il lavoro di chi ascolta è rivolto a catturare le sfumature, a capire come questa incredibile artista usava la sua voce e come suonava la chitarra; ciò che voleva dare agli altri con quei pochi dettagli. Perché se hai solo tre accordi che quasi tutti potrebbero saper fare, l’arte devi per forza tirarla nelle finezze, quelle poche cose spingerle al massimo, guardarle negli occhi mentre crescono a dismisura, mentre disperatamente diventano qualcos’altro. Probabilmente soltanto Janis Joplin avrebbe potuto farlo un disco così, un nuovo “Jo Ann Kelly” usando solo il bianco e il nero, il caffè e latte di un paesaggio prossimo ad una ferrovia persa nel nulla, in quel posto dove l’alcool e le lacrime bruciano l’amore.
Durante quella mini tournée per le strade e i locali di New York, Jo Ann incontra e suona pure con John Fahey, Stefan Grossman, Mississippi Fred McDowell (altro mito); tutti a chiedersi come potesse uno scricciolo così fragile avere una voce tanto forte, così potente da romperle tutte le difese della gente.
Anche se il disco non ha nemmeno una speranza di essere venduto, il nome della Kelly circola tra gli addetti ai lavori preceduto da un alone di leggenda, insieme alla sua indole cordiale e aperta pronta a suonare in qualsiasi buco, occasione.
Arrivati gli anni settanta il Rock prende possesso di tutte le piazze disponibili e di artiste come la nostra nessuno sa più cosa farne; nonostante l’ammirazione generale le serate per la Kelly calano a vista d’occhio, così tanto da farla scivolare in circuiti secondari, poi nemmeno più quelli.
Lei, nonostante le tante insistenze delle case discografiche che vorrebbero rendere più fruibile il suo potenziale, rimane se stessa; quella regina modesta dal talento immediatamente identificabile, toccante.
Malgrado i tanti se e i ma, questa storia in larga parte finisce così, esattamente come è nata; dentro un disco fedelmente perso tra i fruscii, nei tic tac toc che si sentono e che nessuno vuole mandare via, nei difetti di stampa e nell’usura che ha accettato.

Jo Ann Kelly muore a 46 anni per un male incurabile.

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