Gong – The Universe also Collapses

(Andrea Romeo – 18 ottobre 2019)

Daevid Allen era un artista che arrivava da molto lontano, non solo geograficamente, essendo australiano, ma anche e soprattutto musicalmente, perché il suo percorso è stato davvero lungo e ricco di incontri.
Si va dal Daevid Allen Trio, insieme a Robert Wyatt e Hugh Hopper, sino alla fondazione dei Soft Machine, insieme a Wyatt, il tutto avvenuto in quel di Canterbury nel giro di pochi anni, tra il 1963 ed il 1966.

Ma è solo nel ’66, appunto, che Allen, insieme a Gilli Smyth, dà forma alla sua creatura più amata e prediletta, ovvero i Gong, non una vera e propria band, ma una sorta di comune musicale, a cavallo tra free jazz, psichedelia e space-rock, all’interno della quale, nel cinquantennio successivo, transiterà un numero elevatissimo, e quasi inelencabile, di musicisti, alcuni dei quali faranno solo brevi apparizioni, mentre altri si fermeranno per lungo tempo in questa sorta di universo musicale parallelo.
Il gruppo muore e rinasce un numero infinito di volte, si frantuma in progetti paralleli (roba da far impallidire i nostrani New Trolls, e le loro varie formazioni…), in molti dei quali Allen non è neppure presente ma, sorprendentemente, il progetto non si perde, e prosegue, fino ai giorni nostri.

La filosofia e la mitologia Gong nate, secondo il fondatore, “durante il plenilunio della Pasqua del 1966”, non sono però mai venute meno ma, soprattutto, non è mai venuta meno la ferrea volontà di Allen secondo la quale il progetto gli sarebbe dovuto sopravvivere, non avrebbe mai dovuto andare perso, ma avrebbe semplicemente dovuto essere preso in consegna da altri musicisti che ne condividessero la genesi, la storia ed il possibile futuro, soprattutto dopo la scomparsa del suo creatore, avvenuta nel 2015.
E così è stato.

The Universe also Collapses è il secondo album realizzato da questa nuova incarnazione dei Gong, che vede allineati un gruppo di musicisti, nessuno dei quali è stato, nè fra i fondatori, nè fra i membri storici dell’ensemble.
Fabio Golfetti, lead guitar, Dave Sturt, bass, Ian East, saxophone, flute, Kavus Torabi, guitar, vocals, e Cheb Nettles, drums, sono i Gong del terzo millennio, coloro i quali si sono presi l’impegno di far proseguire il volo di questa “Flying Teapot”, stralunata e fantasiosa.

E le quattro mini-suites che compongono questo lavoro, in cui le parti strumentali e le parti cantate si alternano in una sorta di continuum, sono dunque perfettamente allineate alla filosofia che, da oltre cinquant’anni, rappresenta l’anima di questo gruppo: i suoni sono cambiati, sono certamente più definiti, più elaborati, ma hanno mantenuto l’atmosfera psichedelica, lo spirito anarcoide, e l’attitudine “esplorativa” che hanno caratterizzato un fenomeno che, probabilmente, a parte forse gli Hawkwind, non ha uguali nell’ambito della musica rock.

Lunga vita, dunque, a questo “planet Gong”, alle sue spettacolari fughe psichedeliche, ai suoi mondi immaginari, agli universi paralleli da cui proviene e verso i quali, probabilmente, si sta già avventurando, con la certezza che, un domani, altri musicisti saliranno a bordo di questa curiosa astronave, altri ne scenderanno, qualcuno forse ritornerà, così da percorrere, ancora, un pezzo di viaggio insieme, dando quindi modo alla band di continuare a rinnovarsi nel tempo.

Con la probabile, anzi indubitabile, “benedizione” di Daevid Allen e Gilli Smyth, i quali, da un altro universo ancora, osserveranno con compiacimento la loro creatura, mentre continua a navigare verso altri mondi sconosciuti.

(Kscope Music/Snapper Music, 2019)

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