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John Petrucci – Terminal Velocity

(Andrea Romeo)

Neppure il tempo di terminare l’ascolto di Temple of Circadia, brano che conclude in maniera sontuosa Terminal Velocity, l’album appena pubblicato con il quale John Petrucci è tornato a proporsi come solista a quindici anni dal precedente Suspended Animation e la parola che, si badi bene, affatto intesa in senso dispregiativo, fuoriesce dal profondo di chi, l’ambito prog-metal, lo bazzica con una certa continuità da qualche decennio, è esclusivamente una: perché???

Riavvolgiamo però il nastro, e torniamo indietro, perché questo lavoro farà sicuramente, e per l’ennesima volta, discutere lo stuolo di appassionati che ruota intorno all’universo Dream Theater.

Petrucci è un gran chitarrista, sia chiaro e, con la sua band, ha scritto pagine fondamentali, realizzando album che, a distanza di anni, resteranno nella storia; tuttavia, da oltre un decennio, le polemiche intorno al gruppo nato a Boston nel 1985 sono più vivaci che mai.

La Brie non ha più voceMyung non si senteMangini è bravo, si, però con Portnoy era un’altra cosaRudess è molto marginalizzato nel sound complessivoPetrucci trita sempre gli stessi riffs…” sono solo alcune delle numerose affermazioni che si possono trovare in rete e che dividono invariabilmente gli appassionati.

E, poichè il chitarrista di Long Island è da tempo il deus ex machina della band, molti lo considerano in buona parte responsabile del calo creativo manifestato negli ultimi anni, sia a causa delle scelte musicali che di quelle, diciamo così, gestionali.

Ora quel “…perché?” iniziale, riferito proprio a Terminal Velocity, assume un significato più chiaro: John ha realizzato un lavoro ricco di spunti tecnici, melodici, armonici, un album che vive di dettagli, sfumature, in cui la chitarra ha si il ruolo principale, ovviamente, ma dove l’amico di sempre Mike Portnoy crea la differenza con il suo drumming creativo, assecondato da un bassista che conosce assai bene, ovvero quel Dave LaRue che, le esperienze con, tra gli altri, Dixie Dregs, Steve Morse Band, Vinnie Moore, Joe Satriani e Flying Colors, hanno reso uno dei più interessanti della sua generazione.

Un power trio, dunque, in cui Petrucci ritrova improvvisamente due caratteristiche che, negli ultimi anni, aveva in buona parte perduto, ovvero essenzialità e musicalità: e non è certo casuale che ciò avvenga nel momento in cui, la sezione ritmica che si muove alle sue spalle, offre una prestazione, soprattutto in termini di fantasia, creatività e dinamica, decisamente superiore a quanto si è potuto ascoltare negli ultimi lavori del chitarrista con la sua band storica.

La melodia, dunque, quella che aveva caratterizzato i primi lavori dei DT, in cui prima venivano le canzoni e solo poi, al loro interno, i riff ed i passaggi ipertecnici, e che traspare sia in brani “veloci” come Terminal Velocity, The Oddfather o Happy Song, sia in pezzi come Gemini, Out of the Blue o Snake In My Boot in cui il trio si muove su tempi molto più lenti, meditati ed in un certo senso delicati; la sintesi di tutto ciò si trova nella conclusiva Temple Of Circadia, il brano certamente più prog-oriented di tutto il lotto, in cui i tre condensano tecnica raffinata, profondità di fraseggio, attitudine, appunto, alla melodia e soluzioni armoniche decisamente vincenti.

Perché dunque, l’idea di musica che, in quest’album, schizza fuori dai solchi senza il minimo sforzo apparente, non viene percepita da tempo all’interno dei lavori della band di cui Petrucci è chitarrista, principale compositore e produttore?

Mistero, ed anche complicato da interpretare perché, in proposito, il musicista statunitense è sempre stato abbastanza evasivo, cavandosela con classe ma senza dare mai la sensazione di voler arrivare al nocciolo della questione.

Rimane il fatto che questo secondo album solista non sia un lavoro strettamente “per chitarristi”, ma risulti gradevole anche per chi non sia propriamente un addetto ai lavori: la musicalità dei brani, in cui la chitarra funge spesso più da vera e propria voce, oltre a giostrare tra parti ritmiche e soliste, fa si che molti passaggi restino in testa, quasi fossero realmente cantati: sarebbe interessante provare a creare, per questi brani, dei testi che, probabilmente si potrebbero inserire senza sforzi eccessivi.

Va da se che, seppur a distanza di parecchi anni, il feeling tra Petrucci e Portnoy sia rimasto intatto ed anzi, le numerose esperienze musicali in cui il batterista di Long Beach è stato coinvolto nell’ultimo ventennio, ne hanno indubbiamente arricchito lo spessore artistico che si tramuta in scelte ritmiche e pattern sempre molto “adatti” al brano in esecuzione; quanto a LaRue, al netto del fatto che inserirsi in un contesto simile risulti comunque una gran bella sfida, va detto che il bassista nato a East Brunswick non solo si sia destreggiato alla grande (tecnicamente ne aveva tutto lo spessore), ma abbia offerto un notevole contributo sia in termini di “tiro” musicale che di presenza timbrica, fattore certamente tra i più interessanti di questo lavoro.

Assolutamente promossi, dunque, questi tre “ragazzi” anche se al buon Petrucci una tiratina d’orecchie va comunque data: ha dimostrato di poter fare, e dare, ancora molto, come chitarrista e come compositore e quindi ci si aspetterebbe che, anche in altri contesti, possa fare in futuro scelte differenti da quelle effettuate sinora; ovviamente questo è un semplice auspicio, peraltro ad occhio e croce neppure facilmente realizzabile ma il fatto che, i presupposti tecnici ed artistici ci siano tutti, lascia aperto per lo meno un piccolo spiraglio.

Visto che si è comportato così bene in questo lavoro, perché non farlo anche altrove?

(Tonemission/Sound Mind Music, 2020)

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