Wooten-Chambers-Franceschini – Trypnotyx

(Andrea Romeo – 4 marzo 2020)

Ci sono degli artisti che sono, indubitabilmente, dei predestinati, e Victor Lemonte Wooten è uno di questi, tant’è che, iniziato precocemente alla musica dalla propria famiglia, all’età di tre anni, formò, con i suoi fratelli, il gruppo The Wootens, ed alla sua prima esibizione, sempre con i fratelli, aveva solo cinque anni.

Durante una serata, al Blue Note di Milano, raccontò un aneddoto, che ne definisce non solo la caparbietà, ma il fatto che, sin da ragazzino, avesse le idee molto, molto chiare: mentre i suoi compagni di scuola sognavano di essere, un giorno, famosi quarterbacks, giocatori di baseball, magari astronauti della Nasa, lui disse, a chi gli chiedeva chi volesse diventare: “Io voglio diventare come Stanley Clarke”.

E pare proprio che, il ragazzo di Mountain Home, Idaho, il suo sogno non solo l’abbia perseguito ma anche, abbondantemente, raggiunto, diventando un musicista di fama mondiale che ha suonato, con i colleghi più famosi, e nelle location più importanti.

Insomma, uno che ce l’ha fatta, davvero.

Per inciso, proprio con Stanley Clarke e Marcus Miller, nel 2008, realizzò l’album Thunder, portandolo poi in tour.

Di corporatura minuta, sembra quasi sparire dietro ai suoi bassi Fodera, figuriamoci poi quando si siede dietro ad un contrabbasso, ed in questa formazione, con la quale ha pubblicato Trypnotyx, si è messo a fianco due veri e propri giganti, certo, non solo per l’aspetto fisico, ma soprattutto dal punto di vista musicale.

Dennis Chambers, batterista, un personaggio che ha prestato la sue bacchette a gente del calibro di John Scofield, John McLaughlin, Brecker Brothers, Carlos Santana, Bob Berg, Mike Stern, Tower of Power, Niacin, David Sanborn, Kevin Eubanks, Bireli Lagrene, Steve Khan, Bill Evans, Gonzalo Rubalcaba, Steely Dan, Parliament/Funkadelic, Gary Thomas, The Cab, o Kenny Garrett, potrebbe quasi essere, artisticamente, suo fratello gemello, se non altro per le origini simili, visto che fu anche lui una sorta di bambino prodigio, che iniziò a suonare la batteria all’età di 4 anni, e ad esibirsi dal vivo, nei locali dell’area di Baltimora, a 6 anni…
Bob Franceschini, sassofonista newyorkese di Manhattan, è un altro soggetto che di strada ne ha fatta parecchia, ed in compagnia di pezzi da novanta, tipo Mike Stern, Paul Simon, Celine Dion, Tito Puente, BeBe Winans, Ricky Martin, Lionel Richie, Eddie Palmieri, Willie Colón.

Il loro incontro, e la nascita di questo trio, sono avvenuti nel segno di connotati, molto specifici, e condivisi, per quanto riguarda il loro approccio musicale: groove, davvero tanto, ritmi sincopati, spezzati, frammentati, un interplay all’interno del quale Franceschini inserisce le tracce più melodiche, ma non disdegna passaggi più ritmati, Chambers scompone anche il più banale 4/4 riuscendo a rendere geniale, creativa e fantasiosa anche la linea più elementare, Wooten arpeggia, utilizza slap, thumb, hammer-on e, se capita, “spara” raffiche improvvise di sedicesimi.

Brani come Liz & Opie, Funky D oppure Caught in the act, definisconoin maniera esemplare l’attitudine dei tre musicisti, che viaggiano a quote (tecniche) altissime, ma con una scioltezza ed una naturalezza impressionanti.
A dimostrazione del fatto che, spesso, un artista, oltre che sentito va anche, e forse soprattutto, visto, essere sul palco per i tre è come trovarsi ad un party in cui sono, contemporaneamente, festeggiati ed invitati.

Wooten gioca, letteralmente, con il suo basso, lo fa roteare, lo maltratta, lo accarezza, strappa note oppure le lascia uscire delicatamente, insomma lo vive come una vera e propria estensione del proprio corpo.
Chambers, sempre molto serio e seduto compostamente, sembra quasi abbia gli arti separati dal corpo: tanto il busto è eretto ed immobile, quanto braccia e gambe si muovono ad una velocità, e con una precisione, davvero sconcertanti.
Franceschini, nella sua postazione, torreggia ed impone la sua presenza, fisica e sonora, estraendo dal sax melodie delicate, oppure combinazioni lancinanti, intense e quasi prepotenti.

Trypnotyx, lungo le tredici tracce che lo compongono, è esattamente tutto questo: un album movimentato, estroso e ricco di inventiva che, durante l’ascolto, rivela continuamente dettagli appassionanti ed intriganti: visto dal vivo, però, spalanca davvero un mondo.

(Vix Records, 2017)

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