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Witchwood – Before the Winter

(Andrea Romeo)

Il sentore che, qualcosa di originale ed interessante stesse nascendo dalle parti di Faenza, si era percepito già nel 2015 quando, una sconosciuta band chiamata Witchwood esordì nel mercato discografico italiano con l’album di debutto: Litanies From the Woods,con il suo mix di hard rock settantiano, progressive rock, psichedelia e southern rock, lasciò davvero a bocca aperta gli appassionati e la critica grazie ad un suono e ad un’attitudine davvero internazionali.

Il bis, assai atteso considerando le aspettative ingenerate dal lavoro precedente, è arrivato nel giro di un solo anno e si è concretizzato in un album, Handful of Stars, che in realtà doveva essere un EP ma che, in tre quarti d’ora circa di musica, confermava inequivocabilmente il livello compositivo, di arrangiamento ed esecutivo espresso dal sestetto emiliano.

Le stilettate hard-rock “Zeppelin-style”, il flauto di tulliana memoria, ma anche le chitarre acustiche, associate a melodie semplici ed immediate, che catturano l’ascoltatore, hanno catapultato la band verso il terzo lavoro, proverbialmente considerato decisivo, soprattutto nel momento in cui i primi due “colpi” sono andati così precisamente a bersaglio.

Con Before the Winter i Witchwood calano il tris, definendo in maniera compiuta la loro cifra stilistica: certo Led Zeppelin, Jethro Tull, Black Sabbath, Blue Oyster Cult, ma non siamo certo di fronte ad un mero rimescolamento di stili o di influenze perché, la band guidata da Ricky Dal Pane, voce, chitarre, mandolino, mette davvero tanto di proprio in queste dieci tracce.

Si rafforza la componente “celtica”, percepibile sin dall’intro di Anthem for a Child, il brano che, è davvero il caso di dirlo, apre le danze con il suo mix di prog, rock e folk rock arricchito dalle stoccate chitarristiche seventies di Antonino Stella e dello stesso Dal Pane che, in molti passaggi, ricordano, neppure troppo alla lontana, la lezione delle “twin guitars” dei Thin Lizzy.

Si prosegue sulla medesima falsariga con la successiva A Taste of Winter in cui, agli “stop and go” delle chitarre, fanno da contraltare l’Hammond di Stefano Olivi (dichiaratamente “Jon Lord style”) e le fughe flautistiche “tulliane” di Samuele Tesori, già proposte negli album precedenti.

Ciò che balza immediatamente all’orecchio, proseguendo nell’ascolto, è la notevole capacità di scrittura della band che, in ogni singolo brano, propone strutture ritmiche, armoniche e melodie differenti; in questo contesto, il lavoro di Andrea Palli e Luca Celotti, rispettivamente batteria e basso, risulta decisivo e vincente.

Sono chiari i riferimenti alle band sopracitate, cui vanno aggiunte senz’altro Uriah Heep e Deep Purple, in primo luogo per i botta e risposta tra chitarre e tastiere, ma anche per un certo andamento ritmico che, ad esempio in Feelin’, risulta chiaro.

A Crimson Moon è, probabilmente, il pezzo che giustifica appieno il titolo dell’album: un andamento melodico fiabesco, guidato da chitarre acustiche, flauto e tastiere, immagini che si perdono in una sorta di lungo tramonto, un “vespero” che evoca paesaggi invernali, distese innevate, in cui il freddo pare “bloccare” la scena in una gelida solitudine che chiama la fiamma di un camino per poter ricevere calore.

I Witchwood fanno dell’evocazione di immagini una sorta di marchio di fabbrica, e questo perché ogni brano dipinge una situazione reale suscitata dalle sensazioni: Hesperus, ad esempio, potrebbe trasportare l’ascoltatore all’interno di una cittadella medievale, ma anche in una Gotham del ventunesimo secolo, entrambe ricche di anfratti, vicoli, angoli oscuri dietro i quali potersi attendere qualsiasi pericolo.

C’è un velo di “antico” in queste note, centellinate, distillate, mai espresse “a raffica”, che paiono arrivare da lontano, facendo della band una sorta di moderno storyteller in grado di pescare, all’interno di un grande alveo narrativo, cronache, leggende, favole, per poi ridisegnarne la rappresentazione.

E se No Reason to Cry non avrebbe certamente sfigurato all’interno della discografia di una MKIII o IV dei Purple, la successiva Nasrid, quasi morriconiana per la presenza dei vocalizzi della soprano Natascia Placci e del basso fretless di Diego Banchero (già presente in A Crimson Moon) conferma l’attitudine della band verso una narrazione quasi filmica, vera e propria musica per immagini.

L’album si chiude con una doppietta finale assolutamente eterogenea: Crazy Little Lover è il brano “vintage” per eccellenza che, introdotto da una malinconica armonica, si avvale della voce soul/blues di Jennifer Vargas e si propone come traccia “classic rock”, conducendo l’ascoltatore su strade polverose, in puro stile southern.

Totalmente differente, invece, la conclusiva Slow Colors of Shade, stupefacente colpo di coda che i Witchwood hanno serbato lungo tutto il loro lavoro, e che piazzano alla fine dell’album: una suite che propone echi di prog, ma anche oscuri passaggi doom (Atomic Rooster, Blue Cheer e, perché no, Pentagram) e visioni dark che contribuiscono a creare un’atmosfera cupa, densa di magia e di mistero.

Come detto, i Witchwood hanno dalla loro, oltre ad indubbie capacità compositive e tecniche, un’altra dote che è quella di saper raccontare, e di saperlo fare a prescindere dal luogo in cui decidono di ambientare le loro narrazioni; vale allora davvero la pena di lasciarsi condurre per mano, “girare l’angolo” insieme a loro, oppure addentrarsi nel bosco, per vedere che cosa ci attende oltre…

(Jolly Rogers Records, 2020)