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UFO – Strangers in the Night

(Andrea Romeo)

Nacquero nel 1968, quindi qualche anno prima rispetto ai gruppi che andarono a costituire quella che venne poi definita la New Wave of British Heavy Metal, e nacquero in piena epoca hard-rock; eppure moltissimi, tra coloro che poi si avventurarono lungo la strada del “metallo pesante”, definizione che apparve per la prima volta nel brano degli Steppenwolf Born to be Wild, li citano come uno dei gruppi che più seppe influenzare le generazioni successive.

Gli UFO si formarono a Londra, come Hocus Pocus, da un’idea del cantante Phil Mogg, del bassista Pete Way, del batterista Andy Parker e del chitarrista Mick Bolton, ma cambiarono subito il nome, in onore di un noto locale londinese; come è capitato spesso a molte band britanniche, non furono affatto profeti in patria, ed i loro primi lavori, influenzati da hard rock e space rock, vennero apprezzati maggiormente in paesi come Francia, Giappone e Germania.

Nel 1972, la prima svolta di rilievo: fuori Bolton, dentro il diciottenne Michael Schenker, giovanissimo virtuoso delle sei corde in uscita dagli Scorpions; fu allora che il suono della band assunse quello che, successivamente, divenne un vero e proprio trade mark, ovvero torride cavalcate sonore scandite attraverso brani ormai entrati nella storia quali Doctor Doctor o Rock Bottom.

Ovviamente anche la madrepatria, e gli States, si accorsero di loro, ma soprattutto dei cinque album registrati con il giovane chitarrista tedesco, ovvero Phenomenon, Force It, No Heavy Petting, Lights Out ed Obsession, i lavori che definirono in maniera decisiva il loro suono, certamente più duro e massiccio rispetto a quello delle origini.

Come per molte band, in quell’ambito musicale, la dimensione più significativa era quella dal vivo, perché durante i concerti si poteva cogliere quella sorta di osmosi tra una band protesa verso il proprio pubblico ed un pubblico in grado di condividerne l’energia.

Nel 1976 accolsero nella band il tastierista e chitarrista ritmico Paul Raymond e, con questa formazione, si presentarono sui palchi di tutta Europa, dove ottennero un successo entusiasmante.

Fu il tour negli Stati Uniti però, datato 1978, il vero e proprio punto di svolta per la band britannica, e questo per diversi motivi: arrivava dopo quello che è considerato il loro album migliore, Obsession, vedeva una band in grandissima forma, capace di offrire uno spettacolo di alto livello, sia tecnico che emotivo, i singoli di successo erano ormai parecchi e quindi la scaletta dei concerti era decisamente ricca di brani conosciuti e riconoscibili, insomma, una dimensione ideale per guardare al futuro con un certo ottimismo, non fosse stato per il fatto che Schenker, improvvisamente, decise di andarsene per raggiungere nuovamente gli Scorpions.

Da lì in poi, gli UFO, diciamo così, galleggiarono, ma non ebbero più impennate degne di nota; cambiarono pelle più e più volte, accolsero e lasciarono andare un notevole numero di musicisti, spesso di primissimo piano, ma la magia del quintetto originario non si materializzò più.

A testimoniare quel momento magico, in cui una sorta di congiunzione astrale aveva messo davvero tutti gli elementi al loro posto, Strangers in the Night un doppio album dal vivo che, di fatto, chiuse un’epoca, registrato durante gli show di Chicago, Illinois e Louisville, Kentucky, e pubblicato nel 1978, anno in cui l’heavy metal emetteva i primi vagiti.

Una scaletta entusiasmante, e che includeva tra le altre Hot ‘n’ Ready, Let it Roll, Out in the Street, Only You Can Rock Me, la già citata Doctor Doctor, Lights Out, l’altro successo Rock Bottom, ed ancora Too Hot to Handle, I’m a Loser, Let It Roll e la conclusiva Shoot Shoot: non più semplice hard rock, non ancora vero e proprio heavy metal, ma comunque una dimostrazione di classe e di energia che venne certificata dall’ingresso dell’album, al numero 47, nella classifica dei 100 Greatest Heavy Metal Albums of All Time stilata dalla rivista Kerrang.

La chitarra affilata di Schenker, il basso pulsante di Way, la batteria metronomica di Parker, Raymond con le sue tastiere mai troppo invasive e la sua robusta chitarra ritmica e Mogg, con la sua voce ruvida, vera ugola alla “carta vetrata”, stabilirono uno standard difficilmente eguagliabile.

Per molti appassionati, uno dei più grandi album live di tutti i tempi, tant’è che il chitarrista dei Guns N’ Roses, Slash lo cita come il suo live album preferito, sicuramente una pietra miliare dell’hard rock/heavy metal di tutti i tempi, che ha consegnato alla storia una band che, probabilmente, avrebbe avuto ancora qualche buon colpo da sparare, ma solo se gli equilibri interni non si fossero irrimediabilmente spezzati nel momento del loro maggiore successo.

Capita, a volte, ed è sempre un vero peccato, anche perché in molte, fra le band impostesi all’attenzione negli anni successivi, debbono loro qualcosa.

(Chrysalis Records-Capitol Records, 1978)