U.K. – U.K

(Andrea Romeo)

Nel giugno del 2015, la rivista Rolling Stone, ha collocato quest’album alla trentesima posizione tra i 50 migliori album progressive di tutti i tempi e, per quanto le classifiche lascino, spesso e volentieri, il tempo che trovano, un risultato così eclatante, oltretutto ottenuto a quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione, non può certamente non suscitare una certa curiosità.

E dunque, a cosa siamo di fronte, ma soprattutto, chi si cela dietro questo moniker così breve ed essenziale?

Gli U.K. nascono in Inghilterra, of course, nel 1977, e dal primo momento fanno sensazione perché, i quattro componenti, non sono certamente personaggi secondari nella scena musicale britannica, e mondiale, ed hanno oltretutto curricula artistici assolutamente impressionanti: John Wetton, basso e voce (King Crimson, Roxy Music, Bryan Ferry, Uriah Heep), Eddie Jobson, tastiere synth e violino elettrico (Curved Air, Roxy Music, Frank Zappa), Allan Holdsworth, chitarre (Tempest, Soft Machine, The New Tony Williams Lifetime, Gong) e Bill Bruford, batteria (Yes, King Crimson e, dal vivo, con i Genesis) sono musicisti affermati, con un’esperienza già importante e doti tecniche e compositive considerevoli; l’idea di supergruppo non era certamente nuova, neppure allora, ma connettere quattro personalità così forti non si prospettava come un’operazione semplicissima.

Strano ma vero, almeno per un anno o poco più, la cosa funzionò, e funzionò terribilmente bene, anche perchè i quattro avevano già lavorato insieme in altri contesti: Bruford e Wetton alla corte di Robert Fripp, Jobson e Wetton nei Roxy Music, Holdsworth e Bruford in un recente album solista del batterista Sevenoaks.

Nel 1978, quindi, uscì U.K., registrato nell’autunno dell’anno precedente, un lavoro che va ascoltato con attenzione perché, sotto la superficie, c’è tanta, davvero tanta sostanza, che si manifesta in idee, spunti, scelta di suoni, di tempi, di arrangiamenti.

Siamo di fronte a quattro veri virtuosi, e questo è un fatto del tutto evidente, musicisti che utilizzano armonie di derivazione jazz, tempi dispari complessi, già dall’iniziale In the Dead of Night, in cui Bruford e Wetton lavorano con una sincronia rara, che riescono a creare atmosfere irreali e rarefatte, By The Light Of Day ed Alaska, in cui  i synth di nuova generazione sono davvero sugli scudi, momenti intimi e delicati, Nevermore e la conclusiva Mental Medication, in cui Holdsworth accarezza la chitarra come pochi, insieme a passaggi di pura, e davvero impressionante, tecnica, Presto Vivace And Reprise o Time To Kill, in cui il violino elettrico di Jobson esplode in veri e propri fuochi artificiali, cui fa seguito una caleidoscopica, corale ed ariosa Thirty Years.

Un album che mai e poi mai si potrà definire, con una terminologia datata ma efficace, “easy listening”, eppure un album che non è mai da considerarsi troppo “difficile”, e questo perché le melodie passano, entrano, si fissano, un lavoro in cui l’anima più sperimentale di chitarra e batteria e quella più orecchiabile di voce, basso, tastiere e violino, riescono a coesistere, e non era facile, ed a creare una magia irripetibile, che difatti durò davvero poco, giusto lo spazio di quest’album, e del tour che lo seguì, di lì a poco, e di cui esistono alcune testimonianze audio, bootleg registrati nelle tappe americane di Philadelphia e Cleveland.

Lo spazio di un album, ed Holdsworth se ne andò, per divergenze artistiche insanabili, seguito a ruota da Bruford che anch’esso, in quanto a sperimentazione, non amava certo sedersi sugli allori: Wetton, di fatto il leader, era più mainstream, da questo punto di vista, e le due posizioni non erano affatto conciliabili; rimasero perciò un trio, che proseguì per qualche anno, con alla batteria un altro personaggio di caratura notevole, quel Terry Bozzio che arrivava da esperienze con Frank Zappa e Brecker Brothers, ma questa è un’altra storia.

Rimane, di epocale, quest’album che, ancora oggi suscita emozioni, trasmette un qualcosa di insondabile frutto di un momento di quelli che, non certo frequentemente, capitano ad un artista o ad una band, quell’attimo in cui tutti gli elementi, magicamente, si incastrano al posto giusto: tecnica, ispirazione, creatività, ed il risultato è, il più delle volte, assolutamente irripetibile.

(EG Records, 1978)

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