Trapeze – Medusa

(Andrea Romeo)

Ci sono band che, nate quasi dal nulla, diventano di colpo dei fenomeni di culto, durano lo spazio di pochi anni e poi “implodono”, inspiegabilmente, per scomparire nel nulla, salvo essere successivamente “recuperate”, negli ascolti e nella considerazione del pubblico, solamente diversi anni dopo.

La storia dei Trapeze potrebbe essere sintetizzata più o meno in questo modo, ma andiamo con ordine: nascono nel 1969, quando i Finders Keepers, gruppo nel quale militavano il batterista Dave Holland, il chitarrista Mel Galley ed il bassista Glenn Hughes, si fusero con i Montanas, band del tastierista Terry Rowley e del cantante John Jones.

Uscirono con il primo album, Trapeze, nel 1970, un lavoro ancora influenzato dal beat degli anni ’60, dopodichè Rowley e Jones abbandonarono, e si venne a formare un power trio che negli States, fra il 1970 ed il 1971, rivaleggiò con gli astri nascenti Led Zeppelin.

Con questa line-up, ragionevolmente la migliore mai espressa dalla band, realizzarono il loro secondo album, quello che li rese, o meglio avrebbe dovuto renderli, una formazione di primo piano.

Le sette tracce di Medusa sono puro, sano, limpido, brillante hard rock, cui si aggiunge qualche sottile venatura funky, e rimandano a certe cose dei Free, per via della chitarra aggressiva, dal suono pieno e, per certi versi, “grasso” di Mel Galley, ma anche per il drumming secco, quadrato, imperioso e scandito negli stacchi, da parte di Dave Holland e, last but not least, grazie alla voce ruvida, sofferta, ricca di acuti e di “anima” di quel Glenn Hughes che, al basso, inserisce frequentemente linee funkeggianti, come in Your Love is Alright.

Questa formazione proseguì l’attività sino al 1972, realizzando un altro album interessante, You Are the Music… We’re Just the Band, dopodichè la storia prese decisamente un’altra piega: Hughes venne invitato da Jon Lord ad unirsi alla formazione denominata poi Mark III, dei Deep Purple, la band si riassestò inserendo tra il 1973 ed il 1982, una serie di ottimi musicisti, quali Rob Kendrick, chitarra, Pete Wright, basso, poi Pete Goalby, voce, chitarra, ancora Steve Bray, batteria, quando Dave Holland accettò l’offerta dei Judas Priest per sostituire Les Binks, ed infine Mervyn ‘Spam’ Spence, basso, voce, e Richard Bailey, tastiere, quando Goalby lasciò, per accettare l’offerta degli Uriah Heep; Galley stesso, chiuse definitivamente i giochi accettando l’offerta di David Coverdale di unirsi ai Whitesnake, ma la magia del trio degli inizi degli anni ’70 era già andata perduta da parecchio tempo.

Una band che, come risulta chiaro dal continuo andirivieni di componenti, produsse non soltanto musica di ottimo livello, ma diede modo a diversi musicisti di accasarsi all’interno di formazioni che avrebbero fatto la storia del rock, pur rimanendo però in una sorta di zona d’ombra per numerosi anni.

Il nome dei Trapeze riemerse dall’oblio, e non a caso, nel momento in cui Glenn Hughes, quarant’anni dopo l’uscita dell’album omonimo, propose ai colleghi dei Black Country Communion la cover di Medusa, uno dei brani che aveva contribuito a rendere quell’album, come affermato dal giornalista Jason Anderson su AllMusic, non solo “the finest offering from ’70s outfit Trapeze“, ma anche “one of the decade’s most underappreciated hard rock recordings“, concludendo con una nota di sorpresa, nell’affermare che: “it’s a wonder that the record isn’t mentioned more when influential albums of this era are discussed“.

Una sorta di riconoscimento, seppur postumo, dunque, che ha però collocato questa band, nella sua espressione di power trio, fra quelle più interessanti ed influenti nell’ambito del nascente hard rock, al fianco di formazioni quali Jimi Hendrix Experience, Cream, Taste, Motörhead, ZZ Top, che ebbero invece la fortuna di vivere, quella notorietà, nello stesso periodo in cui vennero scoperte dal grande pubblico.

(Threshold /Decca Record Company, 1970)

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