Transatlantic – The Absolute Universe (Forevermore)

(Andrea Romeo)

Sono passati sette anni da quando Kaleidoskope aveva riportato in volo l’astronave dei Transatlantic, band che ha abituato il proprio pubblico a scomparire per lunghi periodi dai radar musicali, allorquando i suoi componenti vengono letteralmente travolti da un’attività artistica tanto incessante quanto estremamente prolifica, ma che improvvisamente riappare: e, quando lo fa, non manca mai di lasciare il segno.

Gli alfieri delle suite, i moderni aedi del progressive del terzo millennio, inteso comunque in senso classico, quando decidono di ripartire lo fanno sempre in modo da inerpicarsi verso quote importanti e senza lasciare nulla al caso: non ci sono riempitivi, non ci sono brani superflui e dunque The Absolute Universe mantiene, senza alcun dubbio, quanto in prospettiva promette ogni album di una band che, nata tutto sommato quasi per caso, ha tagliato il traguardo dei vent’anni di carriera e pare determinata a non porsi alcun limite per quanto riguarda il futuro.

Ed eccolo, allora, il nuovo lavoro, pubblicato in varie versioni, dalla semplice Abridged Version alla Extended Version, fino ad una lussuosa Ultimate Edition, dedicata ai collezionisti incalliti, nonchè amanti del vinile, segno evidente di quanto il gruppo ci tenga a portare in palmo di mano i propri fans.

Quella che andiamo ad ascoltare è l’Extended Version, due cd per un’ora e mezza di musica suddivisa in diciotto tracce che, sulla scia di The Whirlwind, uscito ormai una dozzina di anni fa, vanno a costituire una sorta di concept album in cui, tuttavia, i singoli brani si reggono in piedi autonomamente, perchè mai troppo legati l’un l’altro.

Il prog anni ’70 è, da sempre e dichiaratamente, il punto di riferimento preciso di questa band tuttavia, già ad un primo ascolto, si possono fare interessanti osservazioni che dissipano ogni dubbio sul fatto di trovarsi di fronte ad un lavoro totalmente derivativo.

Innanzitutto, i suoni e gli arrangiamenti sono assolutamente brillanti e, da questo punto di vista, ne trae giovamento soprattutto il basso di Peter Trewavas che spicca spesso per i fraseggi, interessanti ed elaborati; ciò che si percepisce maggiormente, in generale, è però l’approccio complessivo, sensibilmente differente rispetto ai lavori precedenti, sicuramente più “sinfonici”.

Di sinfonica c’è, se vogliamo, l’intro di Ouverture, che apre l’album; ci pensano immediatamente la batteria dell’inesauribile Mike Portnoy e la chitarra di Roine Stolt ad indirizzare il lavoro lungo le sue direttrici principali: melodie ariose, in cui le tastiere di Neal Morse si limitano a creare tappeti sonori senza mai risultare troppo cariche, segmenti in cui il basso di Trewavas, come detto, spicca per creatività, scansioni ritmiche elaborate si, ma non “pesanti” e quell’alternarsi di pieni e di vuoti in cui rallentamenti, pause e ripartenze definiscono la dinamica complessiva.

Come riescano, questi quattro musicisti, a produrre una così elevata mole di idee musicali, oltretutto sparse su differenti ed impegnativi progetti, è un mistero: resta il fatto che ancora una volta i Transatlantic riescono a far viaggiare gli ascoltatori già dalle note di Heart Like a Whirlwind, e da qui propongono tutte le qualità che li hanno fatti amare da un nutrito stuolo di fans, ma che potrebbero attrarre anche un nuovo pubblico che abbia, per lo meno, la capacità di prestare l’orecchio all’ascolto.

Già, perché per godere delle melodie, anche orecchiabili, dei numerosi e spesso vorticosi passaggi ritmici, per gustare gli intarsi della chitarra di Stolt, le insolitamente allegre divagazioni tastieristiche di Morse e per apprezzare come i quattro si siano suddivisi le parti vocali, occorre darsi del tempo, non consumare ma assaporare.

Nel prosieguo, scandito da Higher Than the Morning, The Darkness in the Light, Swing High, Swing Low, il viaggio della navicella, un po’ astronave un po’ dirigibile, avanza con le sue classiche aperture melodiche e, questa iconografia volutamente retrò ma di impronta steampunk definisce anche graficamente l’approccio musicale della band, che omaggia il prog classico esaltandone le caratteristiche storiche ma non si tira indietro quando si tratta di inserire passaggi più, diciamo così, “futuribili”.

Altra caratteristica, che i quattro mantengono sin dal primo album, è quella di utilizzare una frase musicale ricorrente, che collega, senza vincolarla strettamente, la sequenza dei pezzi; in questo caso si tratta dell’intro, variamente rielaborata, addirittura stravolta nella frenesia di Bully che spezza il flusso per lanciare una ripartenza che inizia con Rainbow Sky, viaggia attraverso Looking For the Light per chiudersi con il singolo che ha lanciato l’album, The World We Used to Know.

Elevato tasso tecnico, cura delle melodie: ecco perché l’ascolto non è mai difficile, neppure sul secondo disco, più tranquillo ritmicamente, in cui gli strumentisti in un certo senso lasciano spazio ai compositori, agli arrangiatori, ed al loro eclettismo.

Emergono riminescenze delle band “madri”, su tutti i Kaipa, certe cose più acustiche degli Spock’s Beard oltre ai The Flower Kings più dark che sbucano tra i solchi di Owl Howl, ma è del tutto ovvio considerando che, nell’ambito dei loro vari progetti, i quattro sono in pista chi da oltre trent’anni, chi da oltre quaranta.

I passaggi più delicati di Solitude, con Portnoy alla voce ed in cui svetta l’ispiratissima chitarra, il break in cui Belong riprende la traccia iniziale, la vocal track di Lonesome Rebel affidata a Stolt, preparano il terreno alla tripletta finale, in cui Looking For the Light (Reprise) tira la volata a The Greatest Story Never Ends e Love Made a Way, in cui Stolt e Morse duettano con le loro chitarre a livelli davvero eccellenti, per gusto e scelta dei fraseggi.

Chi conosce i Transatlantic sa che la qualità della proposta musicale sarà elevata: in questo caso lo è anche l’ispirazione che ha permesso loro di confezionare un lavoro di grande spessore; chi non li conosce ha l’occasione di approcciare un concetto di musica a 360° in cui, più si ascoltano le tracce, più si riesce a coglierne le molte sfumature.

Una musica che, parafrasando Vittorio Gassman, non ha solo un grande futuro dietro le spalle, ma anche un grande passato da portare nel futuro.

(Inside Out Records/Sony Music, 2021)

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