Transatlantic – SMPTe

(Andrea Romeo)

Le anime inquiete non prendono mai decisioni improvvise, ma iniziano, con grande anticipo, a meditare cambiamenti, scelte differenti, a cercare nuove soluzioni o nuovi percorsi; anche per i musicisti questo quadro è applicabile, pur considerando tutta una serie di variabili di non poco conto: contratti, obblighi, e la propria storia, dalla quale non è sempre facile staccarsi.

Oppure ci sono quegli artisti che hanno, prodigiosamente, la capacità di riuscire a tenere insieme esperienze differenti, cercando e trovando gli spazi giusti per viverle in maniera piena, e senza cali di qualità.

Le voci di un nuovo “supergruppo” si rincorrevano già da un po’, intorno al 1999, e si trattava, considerando i nomi, di “roba grossa”, di un qualcosa che suscitava attese ed aspettative molto elevate.

Mike Portnoy era ancora, allora, il co-fondatore e batterista dei Dream Theater, ma già iniziava a manifestare un’insoddisfazione di fondo che avrebbe determinato la sua separazione dalla band, una decina di anni dopo; Neal Morse, anche lui all’epoca co-fondatore, compositore, cantante, tastierista e chitarrista degli Spock’s Beard, era in uscita dalla “sua” band, fondamentalmente a causa di una crisi religiosa che lo accompagnò, successivamente, per alcuni anni.

Pete Trewavas, invece, era felicemente accasato nei Marillion, come bassista, sin dal 1982 ma, considerando l’attività diradata della band, aveva tempo, opportunità e desiderio di dedicarsi a qualche progetto alternativo; Roine Stolt, dal canto suo, chitarrista, cantante e compositore, poteva esibire una lunga militanza all’interno di numerose band svedesi (Kaipa, The Flower Kings, The Tangent), spesso frequentate in parallelo, e con ottimi riscontri, per cui era sicuramente in grado di reggere la pressione.

Quattro musicisti affermati, solidi e creativi, dunque, con quattro background abbastanza differenti ma un obbiettivo comune, ineludibile: creare musica in piena libertà, senza dover dimostrare nulla, senza avere vincoli di tipo radiofonico, senza porsi alcun problema se non quello di integrare le proprie esperienze con lo scopo di realizzare un progetto musicale coerente e significativo.

Quando uscì, nell’anno 2000, SMPTe, acronimo di Stolt, Morse, Portnoy e Trewavas, ma anche denominazione di un formato di comunicazione tra apparecchi di registrazione audio/video, fu un vero e proprio colpo al cuore per tutti gli appassionati di prog: tutto ciò che i quattro, nelle loro rispettive band, non erano riusciti, non avevano potuto, o non potevano più realizzare, veniva riversato, in maniera quantomeno torrenziale, in questo debut album targato Transatlantic, a partire soprattutto dalla traccia iniziale, All of the Above, una suite di mezz’ora, suddivisa in sei movimenti, che regalava sensazioni ormai perdute nel tempo, il cui incipit “orchestrale” di quasi cinque minuti è solo una preparazione verso ciò che accadrà dopo.

Un album, questo, che dice molto anche dal punto di vista della durata complessiva, che sfiora gli ottanta minuti e che, oltre alla succitata suite, si concede brani relativamente più brevi quali la sognante We All Need Some Light ed una vivace Mystery Train, ma anche un pezzo come My New World, epica, sinfonica, un brano da “respirare a pieni polmoni”, oltre alla cover di In Held (‘Twas) in I, brano composto ed eseguito, originariamente, dai Procol Harum.

Portnoy suona, ma soprattutto si diverte, come forse, ormai, nei Dream Theater, non riusciva più a fare, Morse mette definitivamente a punto il suo approccio compositivo ricco di frequenti richiami ad un tema, all’interno dei brani, respira certamente un’aria nuova, e la trasmette agli ascoltatori, stimolato da compagni così creativi, Stolt piazza assoli e riff ritmici sempre ficcanti e ricchi di pathos, ma ricama anche fraseggi ed armonizzazioni importanti, Trewavas esegue linee di basso sempre molto varie, dinamiche, che spiccano per il loro sviluppo nelle varie parti dei brani.

SMPTe non è solo un omaggio al rock progressivo tradizionale, ma anche una sorta di album che traghetta, questa visione musicale, nel terzo millennio, senza paura di portare con sè echi del passato, ma mescolati a soluzioni, soprattutto sonore, più attuali.

Che quello dei Transatlantic potesse essere un progetto a lungo termine era opzione certamente auspicabile, ma non sicuramente scontata, considerando anche l’attività frenetica dei quattro musicisti coinvolti, e ciò nonostante, questo lavoro, avesse davvero tutte le caratteristiche di un punto di partenza solido e consistente.

Alle soglie del 2020, dopo altri tre album in studio e cinque dal vivo, dimensione congeniale ai quattro per lasciar correre la loro musicalità, si vocifera già del loro quinto album in studio… “Transatlantic is currently recording their first new record since 2014’s Kaleidoscope in Varnhem, Sweden, with an expected release date of sometime, in 2020.” … ovviamente, cosa attendersi, è intuibile, ma non del tutto inquadrabile.

(InsideOut Records, 2000)

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