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Tim Buckley – “Dream Letter – Live In London 1968”

Tim Buckley si sedeva sulla sedia con la chitarra appoggiata sulle ginocchia, poi semplicemente apriva bocca e nessuno poteva sottrarsi al suo incredibile fascino, opporre resistenza a quello sfoggio di talento, a quel fiume di visioni che erano cartoline da un altro mondo.


Il suo genio cantautorale era però pressoché sconosciuto dappertutto, anche nella sua amata America e specialmente in Inghilterra. Ad ottobre del 1968 per ovviare a questo, la BBC inglese istruisce la pratica di una serie di date al Queen Elisabeth Hall di Londra, così da far vedere e sentire la pasta di questo incredibile folksinger (nel contratto stipulato dalla Elektra prevista anche una sessione radiofonica e una data dal vivo a Copenaghen poi trasmessa dalla radio danese).
Non potendo disporre della sua band a pieno regime per contenere le spese, Buckley rinuncia alla sezione ritmica di Carter C.C. Collins e John Miller, portandosi i soli David Friedman al vibrafono, Lee Underwood alla elettrica e trovando in terra d’Albione il valentissimo Danny Thompson al contrabbasso (assoldato ventiquattro ore prima del concerto grazie all’intervento di Joe Boyd). Solo pochissimi in sala sanno davvero cosa sta per cominciare, le proporzioni spettacolari delle prossime due ore; chi non lo sa sta lì con il naso all’insù, con il tenerissimo affetto per quella formazione così asciutta da essere spartana e per i tanti boccoli che scendono come la giovinezza sul viso del leader.


Buckley al tempo era già padrone assoluto di due dischi molto belli, di cui il secondo “Goodbye And Hello” era luce purissima; un disco fatto di brani che sono strati di nuvole psichedeliche, di dolcezze suonate con una chitarra a dodici corde con dentro il cielo e le stelle.
Il concerto comincia con la miniatura acustica di “Buzzin’ Fly”, ancora inedito al tempo, una suggestiva melodia che il canto di Buckley tiene per aria come una farfalla; intorno e poi dappertutto la chitarra di Lee Underwood jazzata, ritmicamente libera, intricata, spaziosa come il free di Ornette Coleman.
Appena Buckley smette di cantare il vibrafono di Friedman entra in scena scegliendo timbri e misure perfette, mentre il caldissimo contrabbasso di Thompson scolpisce il ritmo con la mano di un Maestro, lui che la sera prima non conosceva praticamente niente di questo repertorio, forse bene bene non sapeva nemmeno chi fosse Tim Buckley.
Ogni cosa funziona magistralmente attimo dopo attimo; nella soavità di “Phantasmagoria In Two” (con la chitarra di Underwood che pare quella di Barry Melton in “Pourpoise Mourh”), di “Morning Glory” che ruba il respiro col suo folk tenerissimo, nella “Dolphins” di Fred Neil che fa cadere davanti agli occhi la forza di un oceano molto più grande di quelli grandi che esistono nella realtà.
Buckley canta e non si sa se è un tenore, un soprano, da dove venga quel falsetto, quella particolarissima estensione; viene solo voglia di vedere quella voce come il moto del cuore di un poeta, come un alito di vita superiore che canta alla luna, quasi la sfiora.
I sette minuti di “The Earth Is Broken”, i quasi dieci di “Who Do You Love” di Bo Diddley, la bellissima “Pleasant Street” che appena provi a cantarla diventa un’altra cosa che si chiama “You Keep Me Hanging On”; sono tutte la soavità dell’amore, il rimpianto delle cose perdute, la malinconia che cade sui ricordi più delicati, l’emozione che fa male e bene e fa sentire dolorosamente vivi.
Se a questo punto si riesce ad immaginare qualcosa capace di andare ancora più in là, quella spericolatezza ha sopra incisi i titoli di “Love From Room 109/Strange Feelin'”, “Carnival Song/Hi Lily, Hi Lo”, “Hallucinations”, “Troubador”; strette calorose che nessuno poteva intrecciare meglio dosando folk, jazz, musica improvvisata, la cortesia romantica di musicisti profondamente umani eppure inafferrabili.


La leggenda narra che per l’ultimo quarto di concerto tra il pubblico si siano seduti Nick Drake e John Martyn, amici di pelle e nervi con Danny Thompson; probabilmente li solo per fare contento un amico e improvvisamente senza fiato di fronte a quella tormenta di nudi sentimenti, senza nemmeno una parola mentre “Wayfaring Stranger/You’ve Got Me Runnin'” si avvia a passo di trotto dentro il paese delle loro anime meravigliose. Forse le cose non sono andate esattamente cosi, che Drake e Martyn non hanno mai messo piede fisicamente all’interno del Queen Elisabeth Hall, che la sera del 7 ottobre l’abbiano spesa chi a parlare con Mary Jane, chi a sfondarsi di Whisky come solo gli uomini soli sanno fare.
Ciononostante il trittico “Dream Letter/Happy Time” e “Once I Was”, è soltanto per loro due, esclusivamente per John e Nick; gli unici in grado di capire fino in fondo questo milione di kilometri di poesia, questa commozione fatta di sole cellule nervose che girano inquiete per l’universo, che sputano tristezza per aver visto un destino inevitabile.


Come una meravigliosa scoperta archeologica, “Dream Letter – Live In London” viene portato alla luce ventidue anni dopo la sua impeccabile registrazione, oro colato che aveva molti scopi e tra questi il più importante quello di arrivare tra le mani di Jeff Buckley e parlare con lui; in quel modo esplicito che in vita padre e figlio non sono mai riusciti ad avere, franco nel dire che le opportunità vanno colte tra le insidie del destino, che la bellezza della vita è direttamente proporzionale alla sua fuggevolezza.
“Dream Letter – Live In London” ebbe una lunga sequela di recensioni molto positive, d’altronde si tratta di uno dei migliori live di sempre, e questo portò ad una serata tributo (26 aprile 1991) promossa dal produttore Hal Willner per ricordare Tim Buckley (morto giovanissimo all’età di ventotto anni).
In quell’occasione Jeff cantò in pubblico per la prima volta lasciando i presenti di stucco per le mille somiglianze con il padre, più di ogni altra quella relativa alla voce; squisita finezza di arte spirituale e incomparabile. Sdegnosamente Jeff accetta di ricompattare un rapporto postumo con il padre, odiato per averlo abbandonato bambino, e così facendo cade anch’egli in una trama mortale, in una maledizione che fermerà la sua vita solo all’introduzione, subito dopo quel pugno di canzoni sacre e inviolabili contenute in “Grace”.


Poi sarà il Mississippi a portarselo via mentre sta cantando “Whole Lotta Love”, tra quelle acque melmose con gli occhi spaventati, con quel miliardo di sogni che si rompono tutti insieme in un istante.

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