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The Dead Daisies – Holy Ground

(Andrea Romeo)

Che le cose mutino all’interno di una band che, nei suoi ormai nove anni di vita, ha visto transitare nelle proprie fila oltre una ventina di musicisti, non dovrebbe certamente stupire; tuttavia, quando l’ennesimo cambio va a toccare ruoli, ma soprattutto nomi, “pesanti”, vale la pena di spendere qualche parola in merito.

Nel 2018 era uscito il loro ultimo lavoro, Burn It Down, cui erano seguiti un tour che li aveva visti protagonisti anche in Italia e la pubblicazione di un successivo album, Locked and Loaded: The Covers Album, che conteneva dieci cover di brani considerati importanti nella loro storia musicale e personale.

Tuttavia, già allora, la storia dei Dead Daisies aveva mutato direzione in maniera radicale: fuori il cantante, John Corabi e fuori il bassista Marco Mendoza, non per problemi con i colleghi ma per scelte personali orientate a carriere soliste, era necessario andare a coprire due ruoli che, sino a quel momento, erano stati occupati da personalità forti, da artisti che, oltre ad avere capacità tecniche, erano dotati di un fortissimo appeal verso il pubblico avendo inoltre contribuito a compattare la band.

Occorreva trovare, rapidamente, due musicisti importanti, con caratteristiche simili, e che si integrassero al meglio con Doug Aldrich, Deen Castronovo e David Lowy, così da garantire alla band un futuro…

Citando, quanto mai a proposito, John Lennon, “Life is what happens to you while you’re busy making other plans” ed ecco che la sorte, il fato, la fortuna (o, perché no, anche le conoscenze… fate voi…), hanno posto lungo la strada del gruppo australiano/americano un artista che definire navigato è davvero limitativo, un cantante e bassista che, oltre ad averne viste di ogni e, cosa assai più importante, esservi sopravvissuto, altro fatto quasi miracoloso, aveva attraversato le più importanti decadi musicali, e sempre in posizioni di rilevo: dai Trapeze ai Deep Purple al progetto Hughes/Thrall, ed ancora Black Sabbath, King of Chaos, una lunga carriera solista cui hanno fatto seguito Black Country Communion, California Breed ed un progetto live in cui portare in giro i brani delle formazioni MKIII e IV dei Purple.

Glenn Hughes poteva essere davvero l’uomo del destino, colui che avrebbe ricoperto entrambi i ruoli rimasti scoperti, ma soprattutto sarebbe riuscito a farlo portando con se una carica, ed una grinta, fuori dal comune: e così, in effetti, è stato.

I quattro partono subito pigiando sull’acceleratore, perché le prime note di Holy Ground (Shake the Memory) scaldano subito l’atmosfera: Castronovo è inarrestabile, Aldrich e Lowy “mettono la freccia” senza perdere tempo e Hughes conferma la splendida forma della sua ugola, scegliendo linee di basso che danno corpo e “tiro”.

Trasuda anni ’70/’80 questo Holy Ground, ed anche la seconda traccia, Like no Other (Bassline),è un diretto al volto che non fa sconti: la band ha assorbito le influenze di Hughes, ha acquisito un’aggressività ancora maggiore rispetto ai propri standard ed un groove “dirty” ed energico che permette ad Aldrich di esprimersi al meglio, anche perché la sezione ritmica è davvero impressionante per timing e dinamica.

Come Alive, Bustle and Flow e My Fate sono tre modi diversi per declinare l’hard rock più puro: ritmo, pesantezza, virtuosismi sotto traccia (Hughes, su Bustle and Flow, fa un lavoro di incredibile eleganza), il tutto sciorinato con la naturalezza e la scioltezza di chi, questa letteratura musicale, l’ha mandata a memoria durante anni di carriera.

Brani diretti, che variano per velocità ma non per intensità anche perché, quando i quattro “rallentano”, lo fanno per cesellare momenti di grande profondità (My Fate è un vero muro di suono alternato a malinconici licks di chitarra) che sfiorano il grunge.

A metà del lavoro, il “pezzone” che non può né deve mancare in un album del genere, quella Chosen And Justified che contiene più di un riferimento ai Thin Lizzy, soprattutto per come le chitarre giostrano tra di loro, lezione che ancora oggi ha il suo peso; con Saving Grace Hughes sale sempre più di tono, viaggiando su registri davvero alti per uno che, a settant’anni, e dopo un a vita decisamente turbolenta, ha mantenuto una forma che definire invidiabile è poco, mentre Aldrich, spalleggiato da Lowy, dà corpo ad una ritmica imponente senza lesinare assoli e rapidi passaggi che raccontano molto della sua storia di chitarrista iconico.

Non finisce qui perché i due si spingono ancora oltre grazie alla successiva Unspoken, vero e proprio tour de force, vocale e chitarristico, che li vede salire e scendere come su un immaginario ottovolante, sospinti da un Castronovo in stato di grazia.

Un album, Holy Ground, che non lascia davvero il tempo di prendere fiato, privo di pause, senza riempitivi, suonato con una intensità incredibile tant’è che, la cover scelta per l’occasione, quella 30 Days in a Hole che arriva direttamente dal repertorio degli Humble Pie, acquisisce un’energia ed una pienezza davvero impressionanti, che si ritrovano a piene mani anche nella successiva Righteous Days, primo pezzo messo in cantiere dai quattro e con un elevatissimo potenziale live.

Fa specie che questo difficile periodo impedisca alla band di potersi esprimere nel luogo a lei più consono, il palco, e spiace soprattutto perché questo lavoro rappresenta davvero una ventata di energia che, dal vivo, avrebbe modo di deflagrare in maniera definitiva e potente.

Si chiude con Far Away, un po’ Whitesnake, un po’ Trapeze, ma anche tanto Dead Daisies, una ballad che rappresenta una sorta di malinconico commiato finale in cui la band spende le ultime residue energie, dopo una lunga ed intensa cavalcata, guidata da un Aldrich e da uno Hughes ispirati e grondanti di feeling.

Difficile definire, oggi, lo stato di salute del rock: certo è che, ascoltando lavori come questo, parrebbe di poter dire che, tutto sommato, proprio male non stia.

(Universal, 2020)