The Aristocrats – You Know What…

(Andrea Romeo – 4 ottobre 2019)

Non sono passati molti anni dal 2011, anno in cui, tre musicisti ormai già decisamente affermati, decisero di provare a vedere cosa sarebbe venuto fuori da una collaborazione che li portava ad uscire sensibilmente dal loro alveo musicale consueto.
L’occasione venne offerta dall’LA Winter NAMM Show, situazione in cui, molti musicisti, si incontrano, si incrociano, si “annusano”…

Guthrie Govan, chitarrista inglese dal gusto e dalle sonorità che facevano, e fanno tuttora riferimento principalmente ad Allan Holdsworth, aveva vinto il premio come “Guitarist of the Year”, della rivista Guitarist Magazine, nel 1993, lavorato con gli Asia, dal 2001 al 2006 e pubblicato il suo primo lavoro solista, Erotic Cakes, nel 2006.
Bryan Beller, bassista statunitense, aveva già collaborato, tra i molti altri artisti, con personaggi del calibro di Dweezil Zappa, Steve Vai, James La Brie.
Marco Minneman, batterista tedesco, aveva prestato le proprie bacchette ad artisti quali Kreator, Paul Gilbert, Nina Hagen.

Quell’anno nacquero The Aristocrats, un trio che, definire delle meraviglie, non è certo esagerato, e che in nove anni ha pubblicato quattro album in studio e tre dal vivo, realizzato diversi tour mondiali; You Know What…? è il loro quarto lavoro in studio, ed è un album davvero particolare, perché di distacca sensibilmente da quelli realizzati precedentemente.
Aver suonato con Steven Wilson ha, probabilmente, predisposto Govan e Minneman, ed indotto Beller di conseguenza, ad ampliare ancora di più il loro “raggio d’azione” creativo.
Non più quindi brani etichettabili semplicemente come “fusion”, per quanto già ricchi di inventiva e di varietà, nei tempi, nei suoni e nella dinamica, ma una vera e propria ricerca tesa a mescolare impronte musicali differenti, anche molto differenti.
Metal, jazz, country, prog, pop, insomma un meltin’ pot di stili, ma soprattutto di espressioni musicali, con la caratteristica di essere inserite, magari non tutte, anche nel medesimo brano che, iniziando secondo determinati criteri, cambia poi direzione, inserendo via via passaggi dissimili, e va a terminare con forme ancora differenti.

La chitarra di Gowan è, in pratica, la “voce” della band, il basso di Beller le fa spesso da controcanto, in questa sorta di discussione continua (ascoltando il brano Terrible Lizard, ad esempio, questo approccio risulta molto chiaro…) in cui, Minneman, tira le fila del discorso, con licks fantasiosi, complessi ma realizzati con una scioltezza ed una spontaneità assolute; potrebbero sembrare, i loro, pezzi eterogenei, magari slegati, ed invece suonano del tutto coerenti, e seguono una logica molto rigorosa.

The Aristocrats sono, senza ombra di dubbio, un trio che occorre vedere dal vivo, e questo perché il solo ascolto, in realtà, non rende affatto giustizia alle loro capacità; c’è della tecnica, certo, e molta, ma anche una grande attenzione alla melodia, ed una evidente capacità di creare atmosfere ricche di pathos e di energia, mutuate si dal prog, ma rielaborate con una maggiore levità ed accessibilità. Nel vasto e ricco panorama della musica fusion attuale, il loro nome è, decisamente, uno di quelli di punta, e questo album sciorina, davvero, un’offerta musicale quantitativamente ampia ma, soprattutto, qualitativamente assai elevata.

(Boing! Music, 2019)

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