Superdownhome – Get My Demons Straight

(Andrea Lenti – 19 novembre 2019)

Giuro che fino a pochi giorni fa non sapevo praticamente niente dei Superdownhome, a parte aver letto il loro nome in qualche cartellone di qualche festival blues della penisola e di aver sempre letto che rappresenteranno l’Italia nel 2020 a Memphis  all’International Blues Challenge. 
La settimana scorsa ho avuto l’opportunità di vederli aprire il concerto di Popa Chubby a Milano e con molto piacere ho deciso di recensire il loro ultimo lavoro, Get My Demons Straight, comprato direttamente a fine serata.

Superdownhome è un duo di Brescia, formato da Enrico “Henry” Sauda alla voce e chitarre (tra cui una splendida cigar box ) e da Beppe Facchetti alla batteria.  L’album è prodotto da Popa Chubby in persona, per il quale i Superdownhome hanno aperto i concerti anche l’anno scorso.  L’armonica di Charlie Musselwhite impreziosisce ulteriormente il disco, il secondo e mezzo della loro carriera dopo quello dello scorso anno ed un Ep del 2017.
Leggo su vari articoli presi in rete che una delle loro fonti di ispirazione è Seasick Steve, e senz’altro la cosa si nota. Io ci ho trovato anche un po’ dei primi dischi dei Black Keys e la furia quasi punk dei primi North Missisiippi Allstars. Il duo funziona alla grande, dal vivo raggiunge livelli esplosivi con un impeto ed un trasporto davvero raro, e Facchetti dimostra una volta di più che se il blues ce l’hai dentro non servono batterie enormi dietro le quali quasi non ti vede nessuno, basta il cuore e la grinta ed il saper trasmettere certi valori.  Anche il disco convince, soprattutto per il fatto che nove dei dieci brani sono scritti da loro e forse proprio Hoochie Coochie Man di Willie Dixon è il meno riuscito. Ma è un dettaglio di poca importanza perché in generale stiamo parlando di un disco importante, di livello internazionale, suonato e prodotto come dio comanda.    
Provare per credere, magari cominciando da Stop Bustin’ My Bones, trascinante e coinvolgente, per passare ad una più rockandrollistica Razor Action Blues e al pezzo persino un pò alla Loup Garou di Willy DeVille che dà il titolo al disco. In Highway Music, altro notevole brano, Sauda detto il ritmo con grande maestria, la chitarra è protagonista e l’armonica di Musselwhite fa da gran sottofondo. Let’s Ball è uno di quei pezzi che mi rimandano ai primi Black Keys, prima che diventassero una karaoke band, mentre il ritmo torna infuocato in Booze Is My Self-Control Device. Taverner’s Boogie è forse il pezzo che più esalta Musselwhite, il piede batte il ritmo per terra e l’armonica si sente che è un piacere. Troubles è un altro blues sporco che a me piace molto mentre l’album si chiude col pezzo forse più rock di tutti, It’s The Voodoo Working, il brano forse più distante dallo stile della casa. Poco più di 35 minuti intensi e senza passaggi a vuoto per un disco tosto, vero, suonato col cuore che propone i Superdownhome come una delle band di punta in Italia di un genere, il Blues, che in questi anni sta mettendo in evidenza diversi nomi interessanti e preparati che fanno ben sperare per gli anni a venire.    

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