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Steven Wilson – The Future Bites

(Andrea Romeo)

Steven Wilson è artista che ha fatto e fa molto discutere ed il suo nuovo lavoro, The Future Bites, si inserisce senz’altro nel contesto di una carriera all’insegna di una continua metamorfosi, per cui farà ancora discutere, forse anche più del solito.

Wilson ha vissuto, musicalmente, molte situazioni, sin dall’adolescenza: giovanissimo musicista attratto dalla psichedelia e dal krautrock, quando fonda gli Altamont con Simon Vockings e poco dopo gli Amber Dawn con Richard Haywood, poi dal neo-prog, insieme a Mark Gordon, batteria, Vockings e Tom Dussek, tastiere e Pete Rowe al basso, ovvero i Karma, fino ad unirsi come tastierista ai Pride of Passion, divenuti Blazing Apostles, sempre in ambito neoprog.
L’anno chiave è però il 1986: nasce No Man, progetto che si muove tra prog e synth-pop condiviso con Tim Bowness, con cui collaborerà a lungo; nel frattempo è già iniziata l’esperienza Porcupine Tree, prima come solista e poi divenuta vera e propria band, “congelata” di fatto nel 2010, ma non è ancora finita: si torna alla psichedelia con l’Incredible Expanding Mindfuck, gestito in parallelo con il progetto drone/ambient Bass Communion, poi l’incontro con il musicista israeliano Aviv Geffen, che dà luogo ai Blackfield, l’esperienza “one shot” con gli Storm Corrosion ed infine il recupero dei God, duo che aveva registrato tre brani tra il 1987 ed il 1993. Tutto ciò in parallelo con la carriera solista, iniziata come Porcupine Tree e proseguita a suo nome a partire dal 2003, cui va inoltre sommata la brillante esperienza come produttore, che lo ha condotto anche a lavorare su album di band storiche (Jethro Tull, King Crimson, Caravan, Yes…), rimasterizzati con l’obbiettivo di recuperare, per quanto possibile, anche i suoni “sommersi” dai missaggi originari.
Quasi quarant’anni di attività dunque, approcciando diversi generi musicali, durante i quali ha sempre perseguito nuovi obbiettivi senza mai rinnegare nulla, sia chiaro, perché il musicista di Hemel Hempstead ha vissuto intensamente e con piena convinzione ogni singolo progetto messo in cantiere, ma lo ha fatto solo fino a quando ha potuto dare un senso creativo a ciò che stava realizzando.

Il significato dei continui mutamenti ai quali ha abituato il suo pubblico risiede proprio nel desiderio di non volersi ripetere, scelta se vogliamo difficile, per certi versi anche controproducente, perché ad ogni passaggio il rischio, consapevole, è stato quello di deludere chi si era “affezionato” ad un determinato approccio, con l’incognita di acquisire, o meno, nuovi appassionati.

Se poi un artista ha frequentato l’ambito progressive, offrendone un’interpretazione assolutamente originale andata ben oltre gli stilemi anni ’70 ed ’80, e creando una sorta di totem musicale quali sono divenuti i Porcupine Tree, nel momento in cui quest’esperienza è stata (per ora?…) messa in stand-by, lo sconcerto è stato inevitabile; a ciò va aggiunto il fatto che, come solista, si è gradualmente allontanato da quello stile, recuperando in parte passaggi precedenti ma, soprattutto, andando a ricercare qualcosa di differente, e prendendo direzioni spesso inattese.
Chi gli ha chiesto cosa pensasse del termine “progressive” si è sentito rispondere che, mentre per molti il progressive è il modo di fare musica degli anni ’70 e, quando si parla di progressive è là che si va comunque a parare, per lui il significato è quello di spingersi in avanti, cogliendo l’ispirazione del momento e traducendola in musica.

In sintesi la negazione del fatto che prog significhi solo brani lunghi, tempi dispari, divagazioni strumentali, ma che possa invece muoversi verso direzioni differenti ed inaspettate, il tutto senza, come detto, rinnegare nulla: gli album solisti sono infatti partiti da quel contesto sviluppandolo ma, già da To the Bone, si era compreso quanto la metamorfosi fosse divenuta sostanziale: The Future Bites la conferma in pieno.

Potremmo definirlo un album pop, magari con sfumature psichedeliche o, perché no, dark-pop, per via di certe venature malinconiche, stranianti, già presenti nei lavori precedenti, ma non certo progressive, per lo meno non nel senso canonico del termine, perchè l’autore si trova del tutto a proprio agio in questa dimensione quasi dance, già approcciata con Permanating, probabilmente il brano da cui The Future Bites ha preso le mosse per sviluppare questo nuovo percorso.

Non tragga in inganno l’onirica Unself perché già la successiva Self viaggia su coordinate post wave, recuperando anche certe suggestioni gabrieliane della metà degli anni ’80; ovviamente per stupire occorre farlo bene ed ecco allora arrivare King Ghost, atmosfere cupe, un ritmo trip-hop su cui si innesta un cantato fortemente evocativo.

Altra giravolta ed arriva 12 Things I Forgot, ballata elettrica assolutamente classica, a riannodare i fili con i primi album solisti, con i Porcupine Tree e, perché no, con i Blackfield; è, questo, il Wilson più rassicurante, per lo meno per chi è meno propenso alle fughe in avanti che, tuttavia, avvengono immediatamente, con Eminent Sleaze quasi funk nelle sue ostinate e metalliche linee di basso, affiancate da suoni distorti, noise, e da una serie di cori “black oriented”.

Man of the People è brano “post-floydiano” in cui paga pegno alla band di Gilmour, nella sua versione anni ’80, inserendo citazioni colte (qualcuno ha detto Welcome To The Machine?) interpolate da tracce vocali che rinviano, neppure tanto lontanamente, ai Tears For Fears, mentre Personal Shopper, uno dei primi singoli usciti, e di fatto diviso in due sezioni, definisce l’intero lavoro, raccogliendo le suggestioni dei brani cui si accompagna e facendone sintesi.
Riuscire però a dare una definizione precisa all’intero album risulta pressochè impossibile, tante e tali sono le influenze che lo attraversano, vengono rielaborate e mescolate, sempre in assoluta scioltezza.

Non aiutano, in tal senso, né Follower, elettro-pop schietto e solare tra Ultravox e Depèche Mode, né la successiva Count Of Unease che, con una repentina inversione di marcia, torna su coordinate classiche, grazie a chitarre liquide e riverberate.

Si può affermare che The Future Bites non sia affatto un lavoro difficile da recepire, ma casomai sia meno facile da assimilare compiutamente, specie al primo ascolto, e questo perché offre una serie di sollecitazioni eterogenee, mescolando si i generi ma anche, paradossalmente, fornendo così tanti punti di riferimento da lasciare quasi storditi; le discussioni tra appassionati saranno, come detto, pressochè infinite, ed allora vale la pena di fare la cosa più logica: ascoltarlo, senza pregiudizi e senza preclusioni.

(Caroline International, 2021)