Smith-Kotzen – Smith-Kotzen

ADRIAN SMITH 2020 PROJECT Photo copyright by JOHN McMURTRIE

(Andrea Romeo)

Adrian Smith e Richie Kotzen non hanno davvero bisogno di presentazioni, ma vale comunque la pena di fare rapidamente mente locale tracciandone una breve biografia, perché il percorso che li ha condotti a questa collaborazione arriva da molto lontano.

Smith, nato nel 1957 ad Hackney, zona nord-est di Londra, inizia a suonare nel 1972 formando gli Evil Ways insieme all’amico d’infanzia David Murray, prosegue poi con gli Urchin fino al 1980, dopodichè il grande salto, quando raggiunge Murray negli Iron Maiden, sostituendo Dennis Stratton. Abbandona la band agli inizi degli anni ’90, fonda gli A.S.A.P. (Adrian Smith and Project), poi gli Untouchables, che cambiano nome in Adrian’s Wall e poi in Psycho Motel, collabora nel primo lavoro solista dell’ex cantante degli Helloween, Michael Kiske, ed infine partecipa al progetto solista di Bruce Dickinson, anch’egli uscito dai Maiden nel 1993; insieme al cantante rientra nella band, dove milita tuttora, nel 1999.
Kotzen nasce a Reading, nel 1970, iniziando la carriera come chitarrista e cantante solista nel 1989 dopo essere stato scoperto dal produttore Mike Varney della Shrapnel Records; nel 1991 entra nei Poison, proseguendo poi la propria carriera solista, nel 1997 sostituisce Paul Gilbert nei Mr. Big e, nel 2012, insieme al bassista Billy Sheehan ed al batterista Mike Portnoy, forma il power trio dei The Winery Dogs.

Questa è a grandi linee la loro storia, storia che attraversa quasi cinque decadi, per il chitarrista dei Maiden, ed oltre tre per il cantante e chitarrista con il quale ha messo in cantiere questo lavoro.

Ed eccolo allora, fresco di pubblicazione, Smith-Kotzen, album le cui nove tracce proposte regalano un genuino squarcio di piacere musicale a chi, con il rock e le chitarre, è cresciuto dagli anni ’70 sino ad oggi, e questo perché i due musicisti non hanno voluto mettere in scena ciò che, almeno teoricamente, ci si poteva aspettare da loro: duelli chitarristici allora, sfide a raffiche di trentaduesimi o scambi di colpi a suon di riffoni? Nulla di tutto ciò, e nella maniera più assoluta. Ciò che si può ascoltare invece sono nove brani in cui il rock, il blues, talvolta ma non sempre anche l’hard rock, vengono proposti attraverso interessanti soluzioni che i due esprimono ai loro migliori livelli: Smith e Kotzen creano passaggi ricchi di profondità, stabilendo un feeling intenso con l’ascoltatore e facendo di tutto per arrivare a toccarne le corde più profonde.

Taking my Chances, Running e Scars, i tre brani che introducono il lavoro, rappresentano in modo chiaro le differenti facce di ciò che i due musicisti hanno inteso realizzare: rock, quadrato, con ampi riferimenti agli anni ’70 ed ‘80, pochi e definiti interventi solisti ma soprattutto un gran lavoro sulla ritmica, con un occhio anche alle esperienze più recenti, diciamo più The Winery Dogs che Iron Maiden; entrambi sono da sempre considerati grandi creatori di riffs (e Smith, nello specifico, è colui che ha definito in gran parte quelli dei Maiden, insieme a Murray…), ed in quest’album lo dimostrano ampiamente.

Quando però c’è da lavorare di fino, abbassando i decibel ma cesellando i suoni, i due non si tirano certo indietro, ed allora ecco Scars, un gioiellino acustico che rimanda dritto dritto ai Whitesnake di fine anni ’80, in cui Kotzen si produce in un gran lavoro di rifinitura anche al basso, e nel quale sono estremamente apprezzabili gli incroci vocali e l’alternarsi degli inserti solisti.

Questo è rock per chi ama il rock, magari venato di blues, nulla di più, nulla di meno, per cui non ci si devono attendere innovazioni particolari che, tra l’altro, considerando la stima e la considerazione di cui godono i due musicisti nei loro rispettivi ambiti, sarebbero financo spiazzanti.

Per questo motivo non stonano affatto brani robusti, ma tutto sommato lineari, come Some People, o la successiva Glory Road che, con il suo incedere solenne chiede, quasi in automatico, una chance dal vivo per potersi esprimere al meglio; su Solar Fire, invece, il “tiro” percussivo dell’amico Nicko McBrain si occupa di trainare il duo verso il loro lido più consueto, l’hard rock con venature heavy, ed allora le chitarre, specie nell’incandescente finale, tornano a ruggire come si deve.

You Don’t Know Me è un pezzo particolare, di fatto diviso in due parti, e per questo il più lungo dell’album: si inizia con un rock tutto sommato classico dopodichè, quasi all’improvviso, si cambia registro, ed allora la parte strumentale, un po’ più “sporca” e ruvida, prende nettamente il sopravvento, e con essa le doti soliste dei due, qui messe in vetrina in maniera cristallina.

ADRIAN SMITH 2020 PROJECT Photo copyright by JOHN McMURTRIE

Si chiude con I Wanna Stay e ‘Til Tomorrow che, di fatto, rappresentano la sintesi ideale dell’intero lavoro: la prima, una ballad nella quale più che la tecnica, risaltano il cuore e la capacità di scegliere timbri, linee ed equilibrio negli interventi strumentali; la seconda, un repentino ritorno all’hard-rock più genuino in cui le chitarre tornano ancora una volta protagoniste, e vanno a chiudere in bellezza un album in cui la sincerità e l’interplay la fanno da padroni.

Smith-Kotzen è un album decisamente self-made, perché i due musicisti si sono occupati di tutti gli strumenti, se si escludono McBrain e Tal Bergman alla batteria, ma in soli tre brani complessivi: difficile dire se i due avrebbero potuto fare di meglio, anche perché non si sono certamente risparmiati nel proporre le loro qualità migliori.

Probabilmente manca la hit, il brano di impatto, radiofonico, quello con quel riff o quel ritornello che ti si incolla addosso e non si stacca più, ma è anche possibile che i due, proveniendo da esperienze in cui si sono sempre espressi abbondantemente su quelle lunghezze d’onda, abbiano voluto scrivere musica per il genuino piacere di farlo, liberi da costrizioni e, obbiettivamente, non dovendo dimostrare più nulla a nessuno.

Nessuna classifica da scalare dunque, nessun primato da inseguire ma soltanto suonare, insieme, per il semplice gusto di farlo, e va benissimo così.

 (BMG, 2021)

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