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Siena Root – The Secret of Our Time

(Andrea Romeo)

Sono considerati tra i pionieri dell’old school rock nordico, anche per il fatto di essere on stage sin dai primi anni 2000 e, già da allora, hanno giocato a carte scoperte, senza nascondersi o glissare sull’argomento: si, loro sono nati per dare nuova vita ed impulso al rock delle origini, il cosiddetto roots rock, quello che va dalla fine degli anni ’60 alla metà, più o meno, degli anni ’70 e, si, i quattro pilastri sui quali poggia questa loro propensione sono i potenti, quasi heavy, suoni di organo, chitarre che “graffiano ed ululano”, ruvidi riff di basso ed una batteria dall’impatto sonoro davvero “grosso”.

Nella ricca e variegata galassia di quello che, a partire dalla metà degli anni ’90, sarà lo stoner-rock nordico, i Siena Root sono probabilmente la band più classica, quella meno dura dal punto di vista dei suoni e più fedele alle proprie radici tanto che, il tempo e gli album realizzati, non li hanno affatto allontanati dall’imprinting iniziale.

The Secret of Our Time, il loro nuovo full lenght, arriva dopo una decina di lavori, realizzati dal 2004 ad oggi, ed è un album in cui i colori sonori sono sensibilmente aumentati rispetto a quelli presenti nella loro tavolozza iniziale, quella che li vide debuttare con A New Day Dawning ormai diciassette anni fa.

Sam Riffer, basso, voci e tape effects, Love Forsberg, percussioni, voci, oscillation effects e Zubaida Solid, voce solista, sono ancora al loro posto, se n’è andato, nel frattempo, Johan Borgström, sostituito alle chitarre da Matte Gustafsson, ma non è certo questa l’unica novità: la band si è infatti indiscutibilmente allargata, accogliendo tra le proprie fila una seconda vocalist, Lysa Lystam ed il tastierista Erik Petersson.

Per questo nuovo lavoro i ragazzi venuti dal nord hanno voluto fare le cose in grande, invitando come ospiti Stefan Koglek, alle chitarre, Stian Grimstad, al sitar, KG West, chitarra e Solina strings, Johan Borgström anch’essoalle chitarre e Lisa Isaksson al flauto; tra l’altro, osservando gli strumenti introdotti in questa lineup allargata, si comprende che qualcosa è cambiato nell’approccio della band svedese che, sino ad oggi, si era mossa agevolmente tra psichedelia, blues-rock e proto-hard.

Prendete i Gong, i Nektar e gli Hawkwind, frullateli insieme, aggiungeteci uno spruzzo di Jefferson Airplane e di Steppenwolf, una manciata di Blues Pills ed ecco il mix di influenze che ha ispirato i Siena Root.

Parte Final Stand, con un’intro di basso carico di flanger decisamente psichedelico, cui segue un riff chiaramente space-rock oriented, e l’effetto è immediato: si viene catapultati indietro di decenni e si riassaporano suoni che, seppur lontani nel tempo, non paiono per nulla superati, anzi: questi ragazzi svedesi non solo hanno assorbito profondamente quelle “good vibrations”, nè si limitano a replicarle pedissequamente, ma riescono invece a regalare loro una sorta di seconda vita.

Il fatto che poi, le due voci femminili di Zubaida Solid e Lysa Lystam, ricordino quanto a timbro, ed in maniera quasi irreale, quelle di ‎Grace Slick e di Elin Larsson, oltre a collegare due ere distanti e differenti, aggiunge un elemento non solo curioso, ma fortemente caratterizzante, nei confronti del sound complessivo.

Il viaggio, vero e proprio “trip”, decolla all’istante: una Siren Song decisamente in odore di Uriah Heep, il singolo Organic Intelligence, con incroci vocali che rispediscono l’ascoltatore dritto ad Haight-Ashbury, ed ancora Mender, con le sue armonie lisergiche… insomma c’è proprio tutto il patrimonio musicale psichedelico della Summer of Love concentrato, centrifugato e riproposto in nove tracce dai suoni sempre perfettamente azzeccati, perché la performance dei musicisti è brillante, equilibrata, ricca di soluzioni timbriche, gli arrangiamenti ariosi, come in In Your Head, con il suo susseguirsi di “pieni” e di “pause”, o nella successiva e travolgente When a Fool Wears the Crown.

Questo è un album che la band svedese ha realizzato così da esprimere al meglio le proprie potenzialità, senza mai rischiare di apparire asettica o impersonale; dopo quasi diciassette anni di musica il sound è stato assorbito dando loro piena credibilità: Daughter of the Mountains, impreziosita dal sitar di Stian Grimstad e da due chitarre malinconiche e trasognate, sembra arrivare direttamente dalle Hollywood Hills di Laurel Canyon, e colpisce dritto al cuore.

Have no Fear è un piccolo gioiellino psichedelico, non solo per l’ipnotico groove di basso, per il “carsico” sitar, o per le chitarre dal suono sinuoso e dilatato, ma anche e soprattutto per un ritmo cadenzato e magnetico sul quale la voce si adagia con fare mellifluo; e la conclusiva Imaginary Borders si palesa come il “sunset” verso il quale dirigersi, una volta giunti alla fine del viaggio, l’orizzonte nel quale perdersi, definitivamente, per passare dalla realtà al sogno, condotti da una tastiera tanto ruvida quanto delicata affiancata dall’onirico flauto di Lisa Isaksson.

Se si desidera davvero compiere un “jump in the past” musicale, quest’album rappresenta la colonna sonora ideale, in grado di trasportare l’ascoltatore dalle lande ghiacciate del nord Europa fino al deserto dell’Arizona, o magari del Nevada, ma con lo sguardo sempre inevitabilmente puntato verso quella California che, ancora oggi, rappresenta una meta agognata ed un sogno vagheggiato da parte di questi musicisti che sono anche, perché no, viaggiatori del tempo.

(M.i.G. Music, 2020)