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Shob – Solide

Può capitare a volte che, per approfondire determinati generi musicali, si intraprendano anche solo virtualmente, lunghi viaggi intorno al mondo, e questo per andare alla ricerca non solo delle radici, ma anche dei “frutti” di un determinato “albero musicale”.

Se parliamo di funk, ovviamente il pensiero corre agli Stati Uniti, alla metà degli anni ’60, ed a quegli artisti di origine afroamericana che svilupparono un’esplosiva ed originale miscela di soul, jazz e rhythm and blues, in cui il ritmo e le frequenze basse facevano “muovere” e vibrare ogni parte del corpo.

Isolare quel fenomeno in quel determinato ambito geografico però, fa correre il rischio di perdere di vista altre latitudini, magari molto più vicine a noi, nelle quali musicisti lontani, per questioni anagrafiche, origini e retroterra musicale, dopo aver assorbito quelle frequenze le hanno assimilate, fatte proprie, e riproposte attraverso una lettura personale e differente dall’imprinting originale.

E’ sufficiente, ad esempio, fare un salto appena dopo le Alpi, in quel di Bordeaux, per scoprire un musicista dal talento incredibile, Geoffrey Shob Neau, bassista, che partendo da esperienze giovanili all’interno di band heavy metal, ha poi via via strutturato un approccio allo strumento che ne fa, ad oggi, un vero e proprio innovatore nell’ambito di un genere che alcuni hanno definito come progressive rock/funk.

La caratteristica che, immediatamente, salta all’orecchio, ascoltando le sue produzioni è un suono davvero “killer”, che buca il mixing per pulizia, definizione e potenza ma che, malgrado questa presenza davvero importante, non sovrasta mai i compagni di viaggio; tutto questo, e molto altro, si possono ascoltare nel suo ultimo lavoro, Solide, che mette insieme il funk americano più noir, urbano e profondo, quello di Isaac Hayes ad esempio, con una lettura più melodica ed “europea”, ricca di armonia e di incastri strumentali.

Bastano poche note del brano di apertura, Hostile, per farsi immediatamente un’idea dell’approccio compositivo del bassista transalpino: parte a raffica la batteria di Morgan Berthet, seguita a ruota dall’Hammond di Tony Lavaud e dalla chitarra ritmica di Johary Rakotondramasy, e sono subito anni ’70… Shob carica il basso, quasi volesse prendere una sorta di rincorsa, ed il brano esplode subito in tutto il suo “tiro” funk.

Il fatto interessante è che il bassista non eccede mai ma anzi, centellina le note, quasi volesse fare più delle sottolineature, lasciando spazi vuoti e creando quindi una dinamica davvero importante, nella quale i compagni si inseriscono di volta in volta.

Sono undici le tracce contenute nell’album, ed ognuna di esse ha caratteristiche e peculiarità specifiche; detto del brano che apre, la sequenza prosegue con Primal Fear, un pezzo decisamente “urban”, che sia avvicina a tratti al rap losangelino, al quale mescola echi di quello street-funk che ha fatto da colonna sonora a tanti film e telefilm polizieschi, a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80: i fiati (P J Ley, trumpet, brass, F M Moreau, sax) a guidare la melodia, basso e batteria che “pulsano”, dettano gli stacchi, le pause, le riprese.

A seguire l’accoppiata Vertige e Memoire, tanto ricca di swing la prima, giocata sugli uptempo ritmici, quanto sorniona, quasi “piaciona” la seconda, nella quale Shob tira fuori nella prima parte una gran linea di walkin’ bass, mentre la chitarra strizza l’occhio ad atmosfere notturne e fumose; bello l’improvviso ribaltamento dei ruoli nella seconda parte del brano, in cui il bassista diviene solista, giocando con riverberi e wah wah.

Con La Brèche si torna “on the road”, sulla strada, con chitarre e fiati ariosi, improvvisi cambi di tempo, quasi fossero improvvisi incroci, e tastiere che aprono squarci nel finale.

La title-track, Solide, unico brano cantato, e che si avvale della splendida e calda voce di Cèlia Marissal, viaggia a cavallo tra rap, hip hop e pop: la band riesce a tirare fuori un pezzo avvolgente, che ad un certo punto arriva a virare verso il soul, ma viene quasi stoppato dalla successiva Turbo Zulu, carica di groove, con spunti dai tratti quasi dance, e la chitarra di Jean Lou Siaut in grande spolvero.

Shob, lungo tutta questa sequenza, mantiene un ruolo che può sembrare a tratti quasi defilato ma è indubbio che, sia il suo timbro molto caratteristico, sia l’approccio alla ritmica, spezzato e ricco di “vuoti”, sono la chiave di lettura per interpretare lo sviluppo dei brani.

What Now? è figlia, ma forse sarebbe meglio dire nipote, dell’Herbie Hancock dei primi anni ’70, quello di Headhunter, per capirci, mentre Totem è un brano particolare, per il suo andamento ipnotico, arabeggiante, punteggiato dallo scratch di Hugo Sembei, ed avrebbe davvero fatto la sua figura in una colonna sonora da film blaxploitation.

Si va a chiudere con Cure, brano funk/fusion in cui, il basso, è questa volta assoluto protagonista, sempre con i toni scuri e metallici che caratterizzano la musicalità del bassista di Bordeaux, e Dr Gros Zozo, brano dall’incedere afro/funk, mellifluo ma nel contempo ricco di scatti e di rapide quanto improvvise fughe.

Un musicista a tutto tondo, Shob, in grado di creare e strutturare brani complessi, articolati, nei quali i singoli strumenti trovano non soltanto la loro collocazione ideale, ma anche lo spazio per esprimersi al meglio; a ciò va aggiunta la capacità del musicista francese di differenziare le esecuzioni, facendo in modo che, un album come Solide, si possa certamente definire progressive/afro/funk, ma offra una visione a 360° della definizione medesima, andandone a tratteggiare numerose possibili dinamiche espressive e ridisegnandone i contorni.

(La Route Productions, 2019)

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