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Renaissance – Live at Carnegie Hall

(Andrea Romeo)

Nati dalle ceneri degli Yardbirds intorno al 1969 ad opera del chitarrista Keith Relf e del batterista Jim McCarty, al principio con il nome di Together, i Renaissance realizzarono nello stesso anno il primo album omonimo, con Paul Samwell-Smith in veste di produttore, allineando Louis Cennamo al basso, John Hawken al pianoforte e Jane Relf alla voce. Un secondo album, Illusion, uscì nel 1971, con il contributo di Betty Thatcher per i testi e di Michael Dunford.

Il gruppo a quel punto si dissolse all’improvviso, nel momento in cui lo stesso McCarty, che avrebbe voluto ricostituirlo, decise di defilarsi definitivamente.

Allora, come l’araba fenice, i Renaissance fedeli al loro nome risorsero dalle ceneri, ma con una formazione completamente nuova: la storia muta radicalmente corso e la band propone una miscela di rock, folk e musica classica decisamente più strutturata.

Dunford, Hawken, Jane Relf, il batterista Terry Slade ed il bassista Neil Korner conducono la transizione, densa di defezioni e di rimescolamenti per giungere, nel 1972, a quella che per alcuni anni sarà la formazione stabile, quella più rilevante nella lunga storia del gruppo: Dunford, chitarra acustica e voce, sostituito momentaneamente da Rob Hendry, John Tout, tastiere, pianoforte e cori, Jon Camp, basso, bass pedals e cori, Terence Sullivan, batteria, percussioni e cori.

Mancava però una voce solista di peso ed i Renaissance pescano il jolly, ovvero una studentessa della Scuola D’Arte in Cornovaglia, amica della Thatcher, che si esibiva come cantante nel West End: quando Annie Haslam, con la sua voce straordinaria, entra a far parte della band, i pianeti si allineano ed il progetto può davvero decollare.

Quattro album in quattro anni, Prologue, 1972, Ashes Are Burning, 1973, Turn of the Cards, 1974 e Scheherazade and Other Stories, 1975, che, oltre a segnare definitivamente la carriera della band, palesano le influenze di autori come Bach, Chopin, Albinoni, Debussy, Rachmaninoff, Rimsky-Korsakov, Prokofiev e Ravel: il quintetto inglese ne assorbe parecchi stimoli, sia nella struttura dei brani che nella creazione di suite come Ashes Are Burning o Song of Scheherazade.

La consacrazione dal vivo avviene negli Stati Uniti, precisamente a New York, quando la band si esibisce per tre serate, il 20, 21 e 22 Giugno del 1975 nella prestigiosa Carnegie Hall, presentando per la prima volta il nuovo album appena uscito.

Giubilati definitivamente i dischi dell’era post-Yardbirds, la band propone alla platea Prologue, dal terzo lavoro, Can You Understand, Carpet of the Sun ed una versione estesa di Ashes Are Burning dal quarto, Running Hard e Mother Russia dal quinto ed infine Ocean Gypsy e la suiteSong of Scheherazade tratte dall’ultimo lavoro.

A rinsaldare l’intrigante connubio tra rock, folk e classica, i cinque musicisti vengono affiancati sul palco dalla New York Philharmonic Orchestra diretta da Tony Cox.

Contrariamente a quanto si possa pensare però, non si tratta di un’operazione simile a quella condotta, qualche anno prima, dai Deep Purple, con il loro Concerto for Group and Orchestra, evento in cui la band hard rock alternava i propri brani ad una partitura classica scritta per l’occasione dal tastierista Jon Lord: i brani dei Renaissance erano nati come una spontanea evoluzione, in chiave folk-rock, di strutture musicali definibili come classiche, per cui l’orchestra non ebbe un mero ruolo di ornamento armonico ma divenne parte integrante dello sviluppo e dell’esecuzione dei brani stessi.

Ashes Are Burning, in questo senso, è davvero paradigmatica: la versione in studio durava più o meno intorno ai dieci minuti mentre quella dal vivo, più che raddoppiata, non pare affatto un brano dilatato bensì un pezzo che, impostato in un certo modo, ha trovato alla fine una dimensione espressiva più completa.

La versione “expanded” pubblicata dalla Esoteric Records nel 2019 contiene un intero concerto inedito, registrato sempre nel 1976 durante la trasmissione BBC Radio One “In Concert” in cui la band conferma, anche senza il supporto orchestrale, le qualità espresse in quello che è stato il periodo più fecondo della propria carriera: Hendry, Tout, Camp e Sullivan sono compositori e strumentisti più che eccellenti, capaci di perfezionare partiture certamente complesse con rigore e contemporanea creatività, mostrando una qualità esecutiva decisamente sopra la media.

Un discorso a parte merita invece, Annie Haslam: la tradizione vocale femminile britannica non è stata certo avara, in ambito folk-rock, di cantanti di livello e tutte con una spiccata personalità: Judy Dyble e Sandy Denny (poi con i Fotheringay) nell’universo dei Fairport Convention, Linda Hoyle, con gli Affinity, così come Vivienne McAuliffe, poi collaboratrice del tastierista Patrick Moraz, Rose Simpson e Christina “Licorice” McKechnie dell’Incredible String Band, Jacqueline ‘Jacqui’ McShee, voce dei Pentangle, Maddy Prior, negli Steeleye Span, ed ancora, in tempi successivi, Kate Bush ed anche Heather Findlay, Olivia Sparnenn-Josh ed Anne-Marie Helder, in tempi differenti nei Mostly Autumn.

La Haslam si pone autorevolmente nel gotha vocale britannico, non solo per le cinque ottave di estensione vocale, ma soprattutto per la potenza, il timbro, le doti espressive ed interpretative, vero punto di forza della band: niente male per l’aspirante stilista di Bolton, trasferitasi in Canada ed arrivata a Londra, nel 1964, all’età di diciassette anni!

Una band, i Renaissance, che merita decisamente di essere riscoperta, anche per il fatto di aver percorso sentieri musicali singolari, innovativi e di certo parecchio differenti da quelli di altri gruppi loro contemporanei.

(Sire Records, 1976/Cherry Red – Esoteric Records, 2019)