Provocazione o giustizia? Claudio Chieffo, cantautore (solo) cattolico o universale?

(Angelo Cabiati)

Quando ho letto la notizia della pubblicazione di questo lavoro, di questa raccolta, mi è venuto istintivo riandare con la memoria a quando questo nome, in passato, ha incrociato la mia vita. In un attimo sono ritornato a quei giorni, a quegli anni della mia gioventù nel mondo della scuola. Anni di paure e di speranze, anni di lotta e di solitudine, anni dove dominava la contrapposizione tra il Movimento Studentesco (con “La locomotiva” di Guccini portata a simbolo) e Comunione e Liberazione (con Chieffo considerato il portavoce, in musica, del movimento), anni in cui si guardava al proprio domani spesso in contrapposizione con i genitori, rappresentanti di un mondo che appariva enormemente distante dal nostro. La musica era una strada verso la libertà, la libertà di credere in un nuovo mondo, un mondo più vero e più libero.

Claudio Chieffo era un autore sicuramente “schierato”, ma profondamente libero, capace di parlare con forza e determinazione una “lingua” che in quel periodo (ma, probabilmente, non solo) nel panorama musicale era considerata “di serie B” o quanto meno poco commerciale (anche la musica, purtroppo, ha sempre dovuto fare i conti con questo aspetto profondamente in contrasto con le aspirazioni di libertà). Chieffo ha scritto canzoni dagli anni ‘60 fino ai primi anni 2000 (morì prematuramente nel 2007), attraversando quindi buona parte di quei cambiamenti che, in modo anche drammatico, quegli anni hanno portato con sé. Certo questa era una prospettiva comune nella canzone d’autore di quegli anni, ma la sua scelta di seguire un percorso “a senso unico” senza cercare di offrire una prospettiva “più ampia”, senza cedere alla tentazione di cercare compromessi, dà il senso di un profondo credo nel proprio io e nel proprio modo di comunicare.

Nelle canzoni di Claudio c’è un’onestà, una pulizia, un amore naïf che fa pensare. Siamo profondamente diversi, non solo per le sicurezze che lui ha e che io non ho, ma soprattutto perché nelle sue canzoni lui non fa mistero delle sue certezze.” Questa affermazione è di Giorgio Gaber, amico ed estimatore di Chieffo; leggendo la sua biografia emerge chiaramente questa amicizia e quella con Francesco Guccini, segno che le “divisioni” sono spesso solo apparenti e che l’anima di un artista sa parlare in molte lingue, solo apparentemente diverse tra loro.

Questo CD (il cui ricavato è totalmente devoluto in beneficienza) è curato molto bene anche nella forma che dà evidenza “dei contenuti” anche attraverso il libretto che lo accompagna. In realtà si tratta di un doppio CD che contiene, ciascuno, 11 brani interpretati da 22 artisti. In prima pagina è riportata questa affermazione di Chieffo: “……degli amici per cui cantare, una macchina per andare, una casa dove tornare……”.

Quest’immagine mi rimanda ad una prospettiva che è comune a moltissimi artisti, quella del viaggio, della ricerca di un mondo migliore, di un luogo migliore, ma anche l’insopprimibile desiderio “di una casa”, di un luogo a cui ritornare come bisogno e sostegno al viaggio stesso. Nel libretto gli artisti hanno descritto le motivazioni che hanno determinato sia il voler partecipare a questo progetto sia quelle relative alla scelta del brano. È proprio qui che si incomincia a ricordare o a conoscere Claudio Chieffo anche al di là delle sue canzoni e dove viene delineata la sua personalità, un tutt’uno tra l’uomo e l’artista. Analizzando l’elenco degli interpreti si apre un ventaglio di “prospettive” che danno evidenza di come il lavoro di Chieffo sia stato, in realtà, tutt’altro che a senso unico. Benedetto Chieffo, figlio del cantautore e promotore di questa iniziativa, ha infatti dichiarato: “Un anno prima che mio padre venisse a mancare un amico scrisse che ci sarebbe voluto del tempo per poter valutare nella sua vastità e nella sua profondità l’influsso che le sue canzoni hanno avuto su milioni di persone in tutto il mondo. Il ‘Chieffo Charity Tribute’ spezza ogni pregiudizio: grandi artisti, anarchici, buddisti, cristiani e non credenti, riscoprono la grandezza delle sue canzoni, le fanno loro e le regalano al mondo”.

Gli artisti spaziano in vari “generi” dal cantautorato propriamente detto (da Massimo Bubola a Giovanna Marini, da Luca Carboni a Omar Pedrini, da Giovanni Lindo Ferretti a Giorgio Conte) al folk (da Davide Van de Sfross a Enza Pagliara, da Dario Muci a Ambrogio Sparagna), al jazz (Paolo Fresu) alla musica d’orchestra (da Alessandro Nidi a Daniele di Bonaventura), al teatro canzone (Gianni Aversano) e persino al cabaret (Giole Dix e Paolo Cevoli). Sorprende anche, ma forse no, la presenza di molti giovani come Giacomo Lariccia, Giua, Roberta Finocchiaro, Santoianni, Lombroso. Hanno dato il loro contributo anche artisti internazionali a testimonianza di come la musica di Chieffo abbia varcato i confini nazionali. Sono presenti, infatti, Mirna Kassis (giovane profuga siriana), Svavar Knutur (cantautore islandese), Kreg Viesselman (giovane voce della scena folk americana), Chico Lobo e Tata Sympa in rappresentanza della musica sudamericana. A questi nomi si affianca quello di Markhéta Irglová nota per la sua partecipazione, con Glen Hansard, al film “Once”.

Quando si ha tra le mani un disco di questo tipo viene istintivo un atteggiamento di rispetto perché tra le mani si ha un’intera vita, una vita dove l’amore, nell’eccezione più profonda del termine, domina la scena. Questo rispetto traspare anche nell’attenzione e nella cura che ogni artista ha dedicato nell’esecuzione dei vari brani. Lo si capisce dalle voci, dalla musica, dall’emozione che si prova durante l’ascolto. Ascolto che, in alcuni passaggi, appare tutt’altro che semplice ma, si sa, la vita è sempre una strada tortuosa e quando si cerca la verità (o la propria verità) non si possono prendere scorciatoie.

Ascoltando queste 22 esecuzioni vorrei sottolineare la profonda impronta emotiva lasciata dalle voci femminili; il vibrato di Giua in “Amare ancora”, la dolcezza di Roberta Finocchiaro in “Argento” e la simbiosi perfetta tra l’interpretazione di Marketa Irglova e la traccia originale di Chieffo lasciata per creare un magico duetto. Ottima la scelta relativa al finale con la canzone “La notte che ho visto le stelle”, eseguita in versione strumentale, l’emozione regalata dalla tromba di Paolo Fresu e dal piano di Daniele di Bonaventura è altissima, e con la traccia fantasma (n.12) che ci regala un live di Chieffo che appare come un grazie agli amici e alla musica. “Provocazione o giustizia?”, la misura di questo lavoro sta tutta qui. La vera provocazione è proprio quella dell’ascolto, quel momento nel quale è necessario staccarsi da tutto e farsi catturare dalle voci, dai suoni e dai sentimenti che superano le barriere dell’ideologia. L’atto di giustizia sta, forse, nell’attribuire a Claudio Chieffo il posto che si merita che non è misurato dalle classifiche di ascolto ma da ciò che ha saputo lasciare e che così bene questo disco è riuscito a rappresentare. 

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