Pholas Dactylus – Hieros Gamos

(Andrea Romeo – 29 dicembre 2019)

Concerto delle Menti fu, letteralmente, un lampo nel buio, un flash improvviso, abbagliante e stordente, poi il nulla…

Tutto inizia nel 1972, nella zona di Milano, quando Valentino Galbusera, tastiere, Maurizio Pancotti, piano elettrico, Giampiero Nava, batteria, Paolo Carelli, voce, Eleino Colledet, chitarra e Rinaldo Linati, basso elettrico, provenienti da diverse esperienze in gruppi beat e prog della zona, si misero insieme dandosi, come nome, quello di una conchiglia, Pholas Dactylus, la cui immagine era stata trovata dal bassista sopra una scatola di fiammiferi.
La band esordì al Meeting Pop Festival di Genova e portò in giro una serie di concerti in bilico fra reading poetico musicato e rock d’avanguardia; il 12 luglio 1972, al Piper 2000 di Viareggio, aprirono per gli Amon Düül II, grazie all’interessamento di un produttore e procuratore discografico, Gino Gallina che, in questa narrazione, avrà un ruolo non secondario.
Il passo verso il debutto discografico fu rapidissimo, e datato 1973 quando, con l’etichetta genovese Magma, pubblicarono un concept album ambizioso e visionario, a cavallo tra progressive rock, jazz rock ed avanguardia, sviluppato in un’unica traccia di 53 minuti: parti vocali scritte e declamate da Paolo Carelli, parti musicali ben distinte e separate, un’atmosfera cupa, tenebrosa, quasi gotica, per un lavoro dall’impianto fortemente teatrale.

Concerto delle Menti divenne una sorta di caso, una piccola leggenda musicale citata, più volte, fra i lavori ritenuti fondamentali, nell’ambito della produzione italiana di quel periodo; poi, come detto, il nulla, e per nulla si intende il fatto per cui la band, che pur aveva in programma di dare un seguito a quel disco, si sfaldò improvvisamente: per oltre quarant’anni i suoi componenti non ebbero più alcun contatto fra di loro, né artistico né personale.
Un riavvicinamento ci fu, dopo quattro decenni, e portò con sé l’ipotesi concreta di riprendere quel discorso musicale prematuramente interrotto, ma venne frustrato dall’improvvisa scomparsa del batterista Giampiero Nava; a questo punto però, tornò alla ribalta la figura del produttore, Gino Gallina, unitamente a quella del figlio Giuseppe, che spinse fortemente affinchè la band concretizzasse questo improvviso ed inatteso ritorno. Pancotti, Carelli e Linari furono della partita e, con la collaborazione di Csaba Papp alla batteria e Tobias Winter alla chitarra, hanno condotto in porto l’operazione: Hieros Gamos è, ufficialmente, il secondo album dei Pholas Dactylus, che si presenta con una suite di 22 minuti, Hieros Gamos, composta dal pianista Maurizio Pancotti con l’intervento di Paolo Carelli alla voce recitante, ricca di richiami ai musicisti originali qui non presenti, e prosegue con una seconda parte, Ognuno da lande diverse, composta da sette brani realizzati dai tre membri storici che, ad onta della distanza creatasi fra loro lungo questo periodo di tempo, riescono a dare un significato, reale e profondo, al concetto di “riallacciare i fili”.

Lo stile dell’album non è dissimile da quello del primo lavoro, e dunque l’intero album si sviluppa come una sorta di lettura poetica, commentata musicalmente, che racconta attraverso le immagini una storia, la loro storia, utilizzando metafore, metonimie, iperboli, ellissi e citando, senza nominarli, coloro che non sono presenti.
All’interno del libretto una frase, che racchiude il significato di questo nuovo viaggio: “Pholas Dactylus è apparsa gli inizi degli anni ’70, improvvisamente dal nulla… una meteora che ha profuso un lampo; un bagliore effimero quindi, ma vigoroso: erano in sei quelli che, allora, ne seguirono la scia di luce che si “musicalizzò” in Concerto delle Menti; poi la cometa svanì, ritornando nella sua orbita. Dopo 45 anni rientra nell’ellisse terrestre e, tre componenti di allora, hanno chiesto ad alcuni amici di aiutarli a decifrarne la nuova “offerta”. Hieros Gamos è il secondo bagliore di Pholas Dactylus”.

Un lavoro dai molti significati, dunque, ma che sostanzialmente, i tre, rivolgono a sé stessi, e questo perché, forse, sentivano di essere in debito verso la propria storia, oppure perchè il senso di incompiutezza, rispetto ad un percorso prematuramente interrotto, ha riacceso qualcosa dentro di loro, ma tant’è: l’immagine della meteora che appare, scompare e ritorna dopo anni, definisce compiutamente questa loro esperienza artistica. E, come ogni meteora che si rispetti, Pholas Dactylus ora avrà evidentemente un futuro, quale che esso sia: brillare, ancora per un po’, oppure scomparire, di nuovo, e sarà, come è già stato, soltanto il suo “equipaggio” a determinarlo.

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