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Pat Metheny Group – Still Life (Talking)

(Andrea Romeo)

La sua carriera solista era iniziata poco più di dieci anni prima, con l’uscita di Bright Size Life: al suo fianco Jaco Pastorius, al basso fretless e Bob Moses, alla batteria, e già da allora questo ragazzone nato a Lee’s Summit, Missouri, perennemente vestito con maglie a righe orizzontali e con in testa un cespuglio di capelli decisamente ribelli, aveva fatto parlare di sé: la chitarra di Pat Metheny era qualcosa di nuovo, di molto interessante, e di decisamente affascinante, in quell’universo musicale che va dal jazz sperimentale alla fusion.

Nel secondo album, Watercolors, lo affiancheranno Lyle Mays, al pianoforte, con il quale condividerà da quel momento l’intera carriera, Eberhard Weber al contrabbasso e Danny Gottlieb alla batteria, ma è dal terzo lavoro omonimo che, il Pat Metheny Group, con Mark Egan al basso, decolla definitivamente, diventando una sorta di istituzione della fusion mondiale.

Un suono, quello espresso dal chitarrista e dalla sua band, che è assurto a vero e proprio marchio di fabbrica, così come i ritmi, che spesso hanno echi sudamericani, ma anche il timbro della sua chitarra, ricco di chorus e delay e che, negli anni, muterà a seconda dell’interesse di Metheny verso la tecnologia e l’elettronica applicata allo strumento.

Gli anni ’80 lanciano definitivamente in orbita la band, attraverso album quali Offramp, Travels, First Circle: a Metheny e Mays si affiancano prima Steve Rodby, al basso e contrabbasso, poi Paul Wertico, che sostituisce Gottlieb alla batteria e, nel 1987, il quartetto cui si sono aggiunti Armando Marçal, percussioni, voce, David Blamires e Mark Ledford, voce, pubblica l’album della definitiva consacrazione, quello che si suole definire un classico.

Quando esce, Still Life (Talking), registrato presso i Power Station Studios di Manhattan, New York, chiarisce definitivamente quanto pop, jazz, e musica di ispirazione sudamericana, possano coesistere ed armonizzarsi nell’ambito di un singolo contesto artistico, ma soprattutto diventa il manifesto dell’ecletticità del PMG, una band che ha abbattuto qualsiasi tipo di barriera tra generi e che si può permettere incursioni in qualsiasi territorio musicale, mantenendo intatte le proprie peculiarità.

La musica è solare, ariosa, e fra i sette brani che compongono il lavoro brillano, di luce propria, tre o quattro gemme che diventeranno, negli anni successivi, veri e propri standard nelle esibizioni dal vivo.

Il brano di apertura, per incominciare, quella Minuano (Six Eight) che rapisce per i suoi vocalizzi, la delicatezza delle linee di basso e batteria, la dolcezza del tocco di Metheny sulla chitarra, in un equilibrio che trasmette una sensazione di fragilità e di levità e, poco dopo, quello che è unanimemente riconosciuto come il capolavoro compositivo del chitarrista statunitense, ovvero Last Train Home, sei minuti di stordente bellezza in cui, la Coral Sitar Guitar, le spazzole, mirabili nella loro semplicità, di Paul Wertico ed il basso metronomico di Steve Rodby, trasportano, letteralmente, l’ascoltatore in un viaggio onirico ed immaginifico.

Ma non è finita qui perché, a poca distanza, seguono (It’s Just) Talk, che trasporta tutti in un sudamerica anche solo accennato, evocato da una ritmica percussiva, ed in cui la chitarra si tiene un passo indietro, ed a ruota Third Wind, il brano sicuramente più movimentato dell’album, il brano più tecnico, etnico, quasi tribale, frenetico nel suo inseguirsi tra gli strumenti e nel quale, Rodby e Wertico, dettano, inflessibilmente, tempo e ritmo.

Still Life (Talking) è ancora oggi, a più di trent’anni di distanza dalla sua uscita, una pietra miliare nella discografia del Pat Metheny Group, ma anche un vero e proprio punto di svolta per il genere fusion, perchè mantiene intatte la propria freschezza e la capacità di evocare orizzonti sconfinati, spazi in cui, in totale solitudine, riflettere, pensare, mescolando all’allegria, un tocco di malinconia.

Centrare un capolavoro del genere dopo una carriera già importante, ma ancora ragionevolmente breve, non ha impedito a Pat Metheny di proseguire nel suo percorso, durante il quale ha realizzato album importanti, ricchi di inventiva e di fantasia, ha collaborato con musicisti di valore assoluto, John Scofield, Jim Hall, Charlie Haden, Chick Corea, Gary Burton, Roy Haynes, Dave Holland, Brad Mehldau, Christian McBride, Steve Swallow, John Zorn, ha rivoluzionato più volte la formazione del suo Group, mantenendo sempre uno standard compositivo ed esecutivo di altissimo livello.

Ma Still Life (Talking) era, e resta ancora, un album imprescindibile, senza il quale ciò che è accaduto dopo non sarebbe stata probabilmente la stessa cosa.

(Geffen/MCA, 1987)