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Outlaws – Dixie Highway

Il Southern Rock non è semplicemente uno stile musicale, ma più un vero e proprio stile di vita, un’attitudine, un sentimento, un senso di appartenenza; potremmo dire che sta al rock come la Harley Davidson sta alle altre motociclette, insomma, una vera e propria “way of life” piuttosto che un genere musicale.

L’Allman Brothers Band è giunta ai titoli di coda, i Lynyrd Skynyrd hanno già superato il filo di lana, l’ultimo componente originario dei Molly Hatchet, Steve Holland, è scomparso pochi mesi fa, ed il loro futuro è alquanto incerto, la Marshall Tucker Band si esibisce ormai solo dal vivo… insomma, il presente ed il futuro di quello che, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80, si era imposto come un genere musicale quasi mainstream, salvo poi essere relegato in seconda linea nei decenni successivi, sono per lo meno in sospeso.

Ma c’è una band, tra quelle che avevano contribuito a renderlo famoso nel mondo, che non ha affatto intenzione di alzare bandiera bianca: formatisi a Tampa, Florida, nel 1967, grazie all’incontro tra i chitarristi/cantanti Frank Guidry, Hughie Thomasson, Herbie Pino ed Hobie O’Brien, il batterista David Dix ed il bassista Phil Holmberg, sopravvissuti ad una serie infinita di cambi di formazione (circa cinquanta gli elementi che, in tempi e per periodi differenti, si sono alternati nella loro line-up), gli Outlaws, dopo aver festeggiato i cinquant’anni di carriera, hanno ancora l’energia sufficiente per garantirsi un futuro.

Quella che, negli anni ’70, era stata definita la “Florida Guitar Army”, ha pubblicato quest’anno il tredicesimo album della propria carriera (più cinque live) e come titolo ha scelto Dixie Highway, nome della prima importante via di comunicazione tra il Midwest ed il Sud degli Stati Uniti che collegava Chicago con Miami; il risultato è un lavoro che ha stupito positivamente la critica che si è espressa affermando si tratti del loro miglior album sin dagli anni ’70.

Le caratteristiche peculiari del “southern style” ci sono tutte: chitarre che duellano, sia nelle parti ritmiche che in quelle soliste, cori armonizzati e ricchi di pathos, una sezione ritmica precisa, metronomica, simile ad un treno che corre attraverso la pianura; il tutto per undici brani che hanno come obbiettivo una semplice dichiarazione di intenti: malgrado e nonostante tutto, come da titolo del primo brano, Southern Rock Will Never Die, al di là di mode e novità, più o meno valide, che verranno in futuro. Sudore, polvere, strade sterrate che corrono verso il nulla all’interno di scenari decisamente “americani”, in cui l’elettricità corre lungo i fili appesi ai pali del telegrafo.

Heavenly Blues, con il suo andamento malinconico, fotografa esattamente paesaggi di questo tipo tant’è che Dixie Highway è, a suo modo, non solo un album musicale, ma anche e soprattutto un album di ricordi, di immagini ingiallite ma che, seppur per certi versi stereotipate, sono entrate da decenni a far parte dell’immaginario che è parte integrante di questo genere; la title track, che segue immediatamente dopo, è la classica “cavalcata” chitarristica in cui le sei corde si rincorrono, si accavallano, si “disarcionano” l’un l’altra trascinando avanti il pezzo e grazie alla quale si torna, per l’ennesima volta, lungo strade già percorse, ma che non si smetterebbe mai di calpestare, per l’ennesima volta ancora.

Non mancano, è chiaro, gli accenti country, come la classicissima Over Night from Athens, o la delicata Endless Ride, quasi una sorta di pausa, ristoratrice, da godersi, magari con una birra ed un sigaro, seduti sul tavolato di legno di un qualsiasi “saloon” o meno romanticamente di una “gas station”, dopo aver parcheggiato il cavallo, o la Harley, poco distante, alla fine di una lunga giornata; curioso il fatto che, questo brano, ricordi vagamente, ma in più di un passaggio, Hard Sun di Eddie Vedder

Non ci sono sicuramente clamorose novità ma sarebbe stato davvero complicato inserirne, considerando quale sia il contesto culturale e musicale sedimentato nei decenni; lo stile degli Outlaws rimane quello consolidato degli anni ’70 perché le “roots”, le radici del southern rock, affondano lì in maniera inevitabile e necessaria e, di conseguenza, chiunque ripercorra, o si avventuri lungo queste strade sa, da subito, di avere pochissimo spazio di manovra all’interno di esse.

Se poi si fa parte di una band giustamente considerata storica si ha quasi un dovere morale, ovvero quello di trasmettere alle generazioni successive una tradizione ormai consolidata, tant’è che in una recente intervista Henry Paul, leader del gruppo, non ha usato certo mezzi termini:

Dixie Highway si concentra sulla nostra provenienza, su dove siamo diretti e su quanto ci stiamo ancora divertendo in questo viaggio. Abbiamo scritto e registrato questo album per ribadire il concetto che gli Outlaws sono ancora un gruppo significativo così come resta significativo il Southern Rock. E’ un messaggio che siamo orgogliosi di portare nel ventunesimo secolo.”

La tradizione, quindi, prima di tutto, tradizione che in un paese pur eterogeneo come gli Stati Uniti ed all’interno di un’area certamente molto complicata come il Sud degli States, è davvero un elemento cardine, specie nello stile di vita: la musica prodotta in quelle zone di conseguenza, dal southern rock al jazz targato New Orleans, è intrisa di riferimenti alla tradizione e ben difficilmente devia da un percorso definito nel tempo. Le undici tracce di Dixie Highway non sono dunque solo un tributo al passato, proprio ed altrui (bellissimo l’omaggio “volante” a Jessica, dell’Allman Brothers Band, appena accennato in Showdown…), ma una sorta di manifesto in prospettiva futura: il southern rock è questo, “Right you are (if you think so)”, pirandellianamente parlando.

(Steamhammer, 2020)