Nektar – The Other Side

(Andrea Romeo – 1 febbraio 2020)

Malgrado tutto, nonostante tutto, alla fine i Nektar sono tornati, e lo hanno fatto davvero alla grande, soprattutto perché hanno, da un lato, “recuperato” alcuni pezzi importanti della loro storia, e questo proprio nel momento stesso in cui, per sorte avversa, ne avevano appena persi altri, analogamente importanti.

Scioltisi, di fatto, nel 1982, dopo un decennio durante il quale avevano messo in fila una serie di ottimi lavori, si ricostituirono solamente una ventina di anni dopo, suonando e producendo album, ma in modo frammentario, e con differenti formazioni, e questo fino al 2016, anno in cui è venuto a mancare il loro leader, e co-fondatore, Roye Albrighton.
Proprio nel momento in cui, la loro vicenda artistica, pareva essersi ormai irrimediabilmente conclusa, Ron Howden e Derek “Mo” Moore, batterista e bassista originari, hanno deciso che, invece, si poteva e si doveva proseguire: hanno richiamato a sè il chitarrista Ryche Chlanda, che era già stato con loro verso la fine degli anni ’70, poi Randy Dembo, al basso, entrato nel gruppo nel periodo immediatamente successivo alla precedente reunion, ed hanno infine imbarcato il tastierista Kendall Scott, il vero elemento nuovo della riformata band.

Una storia travagliata, dunque, ma che è felicemente giunta a festeggiare il mezzo secolo di vita, ed a farlo con The Other Side, il nuovo album, che ripropone un nome forse troppo poco considerato, e troppo in fretta dimenticato, nell’ambito del prog europeo. I legami con la propria storia sono rimasti ben saldi anche perché, diversi brani presenti in questo lavoro, sono stati scritti intorno al 1978, ma erano rimasti ad uno stato di semplici bozze: ripresi, oggi, e rielaborati, vedono finalmente la luce, e ben si affiancano e si integrano con i brani nuova di realizzazione.

Roye Albrighton viene omaggiato in modo curioso ed originale: l’intro di chitarra di Devil’s Door è proprio la sua, eseguita, e registrata anni fa dal sound engineer di allora, Vinny Schmid, ed inserita nella versione del brano che è stata poi compresa nell’album ma, in generale, tutto il lavoro si ricollega e si rifà allo stile che i Nektar hanno da sempre proposto, soprattutto nel primo decennio della loro carriera.
Un mix di prog classico, hard rock, qualche traccia di rock psichedelico se non addirittura di space-rock, il tutto realizzato utilizzando, spesso, le tonalità minori che hanno da sempre connotato la loro musica grazie a quel tocco malinconico ed a quelle atmosfere brumose, quasi “autunnali”.

The Other Side è un album che, per gli amanti del prog “classico” soddisfa in pieno le aspettative, perché contiene tutti gli elementi che ci si attende di trovare, inclusa l’immancabile suite, Love Is/The Other Side; tuttavia, anche chi non fosse esattamente un appassionato di stretta osservanza, per quanto riguarda questo genere musicale, potrà trovare, fra le otto tracce presenti, più di un motivo di interesse: intrecci chitarristici elaborati, ma mai “pesanti”, in cui la sei corde e la dodici corde di Chlanda e Dembo, tornano a tessere quelle trame che hanno caratterizzato, negli anni, il suono della band, e poi le tastiere, delicate, e che si fanno apprezzare per le scelte stilistiche e per la capacità di inserirsi nel contesto dei brani senza sovraccaricarne gli arrangiamenti, ed ancora il basso, anzi, i due bassi, Moore e Dembo, talvolta addirittura in contemporanea, a rinnovare quell’approccio armonico e melodico, e mai di mero accompagnamento, che della band è stata una peculiarità stilistica sin dalle origini.

In sintesi, un lavoro che parte, e non potrebbe del resto fare altrimenti, da radici indubitabilmente “seventies”, ma che nel suo dipanarsi lancia interessanti sguardi in avanti; è ovviamente impensabile che, una band, dopo cinquant’anni di carriera, possa uscire con novità discografiche strabilianti, ma è anche vero che, con questo album, i Nektar non riscrivono affatto la loro storia, bensì la arricchiscono con nuovi capitoli.
Tra l’altro, il notevole quanto inatteso successo del crowdfunding attraverso il quale l’album è stato prodotto ha dimostrato quanto, l’interesse intorno a questa band, non sia mai venuto meno, malgrado non sia mai stata accostata a quei big, di quest’ambito musicale, che negli anni ’70 iniziavano a muovere i loro primi passi.

Nessuna rivincita, tuttavia, da consumare, quanto invece la consapevolezza di avere ancora molto da dire, e di saperlo fare nel modo migliore perché, quando si hanno ancora idee musicali interessanti, e l’esperienza per riuscire a tradurle in canzoni, il tempo passato è, tutto sommato, solamente una cifra da leggere sopra un calendario, nulla di più.

(Cherry Red Records/Esoteric Antenna, 2020)

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