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Nektar – Remember the Future

(Andrea Romeo – 18 settembre 2020)

Originali lo erano comunque, a prescindere, e questo perché erano un gruppo di musicisti inglesi che, in pieno periodo post swinging London, e quindi nel decennio più attivo e creativo del rock britannico, si è plasmato ed ha iniziato la propria attività ad Amburgo, nel 1969.

E poi la formazione: Roye Albrighton, guitars, lead vocals, Allan “Taff” Freeman, keyboards, Derek “Mo” Moore, bass, Ron Howden, drums ma anche l’artista visuale Mick Brockett e Keith Walters alle luci ed agli effetti speciali (liquid lights e static slides)… insomma, un’organizzazione che non lasciava davvero nulla al caso.

I Nektar iniziarono subito con un prog molto arioso, ricco di idee ed estremamente elaborato dal punto di vista dei suoni, e della struttura dei brani: tre album in rapida successione, ovvero Journey to the Centre of the Eye, 1971, A Tab in the Ocean, 1972, …Sounds Like This, 1973 ed infine, sempre nello stesso anno, finalmente il loro personale, e meritato successo.

Remember the Future è una suite, suddivisa in due movimenti e dieci parti, un viaggio “cosmico” che prosegue il tipo di approccio musicale espresso negli album precedenti: i brani singoli, di fatto, sono parti di un insieme, per cui non ci sono “canzoni” vere e proprie, ma una sequenza ininterrotta di sezioni legate tra loro attraverso passaggi, pause e riprese, ma che trasmettono in ogni caso una sensazione di continuità.

Che i Nektar siano stati sempre considerati fra i gruppi di “seconda fascia”, da un certo punto di vista è davvero abbastanza singolare, e questo perché le loro notevoli capacità, già ampiamente mostrate nei lavori precedenti, in questo album si manifestano in maniera inequivocabile ed evidente: le chitarre di Albrighton sfruttano un’ampia ed originale gamma di effetti, interpretando e definendo il suono delle singole sezioni in modo assai appropriato, assecondato dalle tastiere di Freeman, debitrici in parecchi passaggi dello space-rock e della psichedelia.

Moore ed Howden costituiscono una sezione ritmica non solo affiatata, ma assolutamente eclettica, capace di adattarsi ai mutamenti continui delle melodie, assecondandole ed interpretandole con gusto, personalità e capacità di “leggere” le intenzioni del singolo passaggio.

Un’altra caratteristica molto interessante è l’uso delle voci: Albrighton è il solista ma i tre colleghi tessono intorno a lui una rete di voci, controcanti, e doppie voci che estendono il suono complessivo rendendolo davvero corale.

Remember the Future (Part I) e Remember the Future (Part II) sono una sequenza ininterrotta di stimoli visivi, sensoriali, una sorta di tavolozza multicolore che ispira, ogni ascoltatore in base alla sensibilità ed alla capacità di immaginare; l’album, tra l’altro, venne pubblicato anche negli Stati Uniti dove entrò nelle classifiche dei dischi più venduti di Billboard e questo perché, probabilmente, le melodie ed il groove funk e black, molto americani, si mescolarono ad una attitudine psichedelica e progressiva decisamente europea, realizzando una sintesi piacevole e ricca di armonizzazioni e di variazioni ritmiche.

Un album davvero ben concepito e ben scritto, dunque, ed eseguito con una raffinatezza degna delle migliori band dell’epoca, il che fa dei Nektar una band che non si può non definire decisamente “underrated”, sottostimata.

L’attività successiva proseguì fino alla fine del decennio, poi una pausa di una ventina d’anni, ed infine, dal 2002 ad oggi, una serie di apparizioni, sporadiche, in cui i membri originali sono apparsi ancora, ma sempre in ordine sparso; con la morte del leader, Roye Albrighton, nel 2016, la continuità e stata garantita dal batterista Ron Howden, che mantiene in vita una realtà che, probabilmente, avrebbe meritato un successo più ampio e significativo.

(Bellaphon Records, 1973)