Nebula – Holy Shit

(Andrea Romeo – 28 ottobre 2019)

Lo stoner-rock è un universo musicale che, pur all’apparenza semplice e diretto, risulta essere invece davvero complesso, e questo perché contiene in sé gli elementi di numerosi generi musicali differenti, non necessariamente distanti, ma neppure sempre così prossimi. Ci sono il rock-blues, l’hard-rock, la psichedelia, elementi di grunge e nu-metal, ma anche sperimentalismi post-Velvet Underground, insomma, una sorta di calderone denso e ricco di elementi che vanno, in qualche modo, resi coesi.
Sono numerose le band che, a partire dagli anni ’90, hanno iniziato ad avventurarsi lungo queste coordinate, ed il fatto incredibile è che, dopo un inizio decisamente in sordina, questo genere musicale sia letteralmente esploso nell’ultimo decennio, ottenendo un riscontro che pareva, tutto sommato, ormai improbabile.

Fra i gruppi di punta ci sono sicuramente i Nebula, band che si può considerare una costola dei seminali Fu Manchu, nati a Los Angeles nel 1997 ad opera di Eddie Glass, guitar, Ruben Romano, drums e Mark Abshire, bass, questi ultimi fuoriusciti proprio dai Fu Manchu.
In una ventina di anni di carriera, sette album e tre EP realizzati, oltre a numerosi e sostanziali cambi di formazione che hanno condotto alla line-up attuale, quella che ha pubblicato il settimo full-lenght, Holy Shit, in cui Glass rimane l’unico membro fondatore, affiancato da Tom Davies, bass, Mike Amster, drums, ed il misterioso Ranch, snores and guitar.
Certo, questo repentino ritorno sulle scene ha stupito tutti, considerando che la band aveva pubblicato l’ultimo album ben dieci anni fa, ed il lungo silenzio non aveva lasciato presagire nulla di buono, con riguardo non tanto al loro ritorno, quanto proprio alla loro esistenza.

Holy Shit, peraltro, porta la band abbastanza lontano dalle radici hardcore dalle quali era nata e si era sviluppata: i brani, pur rimanendo intensi e ricchi di energia, sono meno monocordi, hanno acquisito una maggiore dinamica, che gioca sulle pause, sui rallentamenti laddove, anni fa, erano caratterizzati da ininterrotte raffiche di accordi, pressochè privi di qualsiasi interruzione; qui si ritrovano echi dello space-rock, lisergico e visionario, degli Hawkwind, dell’hard-rock cupo e tetro di Blue Cheer o High Tide, delle visioni occulte e del misticismo degli Atomic Rooster di Vincent Crane, della costruzione dei riffs di chitarra cara ai Black Sabbath, ed ai Deep Purple più heavy.
E poi, più o meno a metà dell’album, si trova Fistful of Pills, poco meno di due minuti per il brano di certo più inusuale, a cavallo fra garage-rock, country e blues. Il tutto amalgamato con suoni acidi, ruvidi, ed una ritmica che si concede pochissime pause, in pratica allorquando il suono della band si fa più “atmosferico”, rallentando quasi a voler prendere fiato prima di rituffarsi verso nuove cavalcate.

Un ritorno davvero in grande stile, quello dei Nebula, che amplia notevolmente la platea di potenziali ascoltatori della band la quale, pur non tradendo affatto le proprie origini, ha effettuato una transizione, lenta ma significativa, verso un approccio compositivo ed esecutivo più articolato, complesso, e decisamente svincolato dalle rigidità e dalle strutture storicamente sedimentate.

(Heavy Psych Sounds, 2019)

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