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Motorhead – No Sleep ‘til Hammersmith

(Andrea Romeo – 11 settembre 220)

Born To Lose, Live To Win” è la frase che Ian Fraser “Lemmy” Kilmister si era fatto tatuare sul braccio sinistro, il motto che descrive perfettamente tutto il suo mondo, fatto di eccessi, di pensieri fuori dagli schemi e di una vita vissuta sempre al massimo.

Che i Motörhead fossero una band “nata perdente” ne erano perfettamente consapevoli, sia Lemmy, roadie per un tour di sei mesi con Jimi Hendrix e poi bassista degli Hawkwind, che i suoi due compari, il chitarrista di Twickenham “Fast” Eddie Clarke ed il batterista di Chesterfield Phil “Philty Animal” Taylor, saliti a bordo nel 1976: arrivavano tutti dal basso, erano dei veri e propri proletari, avevano dovuto combattere per fare quel mestiere e riuscire a raccattare quanto serviva loro per vivere, ed avrebbero dovuto combattere, per continuare a farlo, anche in futuro.

Avevano quattro album, al loro attivo, Motörhead, Overkill, Bomber ed Ace of Spades, che sarebbero diventati dei veri e propri classici dell’hard-rock/heavy metal, e che avevano dato loro una certa fama, ma non certo la ricchezza: amati, anzi, adorati dai fans, più o meno ignorati dalla stampa, erano una band che aveva, nel palco, il luogo in cui era in grado di esprimersi al meglio, e lo dimostravano i loro concerti che trasudavano rock and roll spinto sempre al limite.

We’re Motörhead and we’re gonna kick your ass” oppure, nei momenti più “soft”, “We are Motörhead. And we play rock and roll”: queste erano le frasi con cui, la roca voce del cantante e bassista, accendeva il loro pubblico, e dava il via alle danze: c’era davvero bisogno di fermare, di fissare questi momenti, all’interno di un album, un album che restituisse, almeno in parte, l’energia sprigionata da questi tre personaggi, e ciò avvenne nel 1981 quando le registrazioni di tre show, Leeds, 28 Marzo e Newcastle 29 e 30 Marzo 1981, divennero No Sleep ‘til Hammersmith, numero uno in Inghilterra, l’album dal vivo che rappresenta, probabilmente, quanto di più pesante fosse possibile ascoltare in quell’anno.

Ace of Spades, Stay Clean, Metropolis, No Class, Overkill, (We Are) The Road Crew, Capricorn, Bomber, Motörhead, sono alcuni dei brani che, nelle loro versioni dal vivo, diventano letteralmente incendiari, ed hanno contribuito a creare la leggenda di questa band che da sempre ha sostenuto di essere, semplicemente, un gruppo di puro e semplice rock and roll.

Se si vanno a leggere le frasi, divenute nel tempo degli aforismi, che Lemmy ha dispensato, lungo tutta la sua carriera, si può notare quanto ci fosse, oltre a sesso, droga ed ovviamente rock and roll: uno sguardo disincantato ma sempre molto attento e riflessivo, sulla realtà circostante, un grande amore per la storia, e per i suoi simboli, ma soprattutto una profonda onestà, che è stata riconosciuta da chiunque lo abbia conosciuto, non solo all’artista, ma all’uomo che arrivava da Stoke-on-Trent.

No Sleep ‘til Hammersmith rappresenta il culmine del primo periodo della storia della band nata a Londra nel 1975, l’apogeo della formazione considerata “storica”: diciotto brani, più diverse outtakes ricavate dalle stesse serate, che raccontano di come, quei tre ragazzacci, fossero entrati nel cuore dei kids di mezza Europa.

Clarke e Taylor se ne andranno, uno dopo l’altro, mentre Lemmy resterà per sempre al timone, impiegherà diversi anni per riavere una line-up stabile, e ci riuscirà solamente nel 1991 quando, insieme al chitarrista Phil Campbell, che era entrato nel 1984, venne accolto il batterista svedese, ex-King Diamond, Mikkey Dee.

Da lì in poi, altri ventiquattro anni di carriera che hanno reso immortale, questa band, per chiunque si avvicini al rock più aspro ed energetico, interrotta inevitabilmente dalla scomparsa di Lemmy, il 28 Dicembre del 2015: a quel punto, come disse il batterista di Göteborg, “I Motorhead sono finiti, naturalmente. Non faremo più tour, o altro, e non ci saranno più dischi ma il marchio sopravvive, e Lemmy continua a vivere nei cuori di tutti“.

Non male per un tipo che, malgrado sia “Born To Lose”, ci ha creduto fino alla fine, ed al quale il tempo ha dato ampiamente ragione, un musicista che non ha mai pensato di “andare in pensione” e che, anzi, durante un’intervista, disse: “Non vedo perché ci debba essere un momento in cui tutti decidono che sei troppo vecchio. Io non sono troppo vecchio, e fintanto che non decido di essere troppo vecchio non sarò mai troppo fottutamente vecchio”.

Cheers, Lemmy… quelle notti, fino ad Hammersmith, hanno dormito davvero in pochi…

(Sanctuary Records, 1981)

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