Maurizio Marsico ci racconta il suo nuovo album, “The Greatest Nots”, nato dalla collaborazione con Stefano Di Trapani…e non solo…

(Raffaella Mezzanzanica – 23 gennaio 2020)

E’ la seconda volta che ho la grande opportunità di poter parlare, seppur virtualmente, con Maurizio Marsico, artista, anzi ARTISTA eclettico e, come è stato definito, “mutante”, tornato, ma mai partito, a proporci il suo ultimo album, The Greatest Nots.

Ecco come è andata.

Ciao Maurizio, prima di tutto ti ringrazio per aver accettato questa intervista, a pochi giorni dall’annuncio del tuo nuovo album The Greatest Nots, nato dalla collaborazione con Stefano Di Trapani.
L’ultima volta che ci siamo sentiti avevi pubblicato da poco Post_Human Folk Music e, a breve, uscirà questa tua nuova collaborazione

D.:  “Post_Human Folk Music” era stato il tuo vero ritorno alla musica dopo tanti anni di assenza. Certo, prima c’era stata la pubblicazione di “The Sunny Side of the Dark Side” che era stata una raccolta dei tuoi più grandi successi. È davvero un momento particolarmente creativo per te. C’è una motivazione particolare?
<< La pubblicazione è solo l’ultima fase dell’evoluzione di un’idea, che inizia dalla ricerca, prosegue con l’ispirazione, la gestazione vera e propria, poi lo sviluppo, la trasformazione in qualcosa di concreto etc… etc…Questo per dire che se in questo particolare momento c’è un’abbondante fioritura di pubblicazioni che mi riguardano, non significa che altri momenti del passato, in cui non ho pubblicato nulla, non fossero, nonostante ciò, altrettanto creativi, per altri versi. La pratica (e la disciplina) della creatività, mi accompagna in ogni cosa (anche in campo extramusicale) di cui mi occupo e fin da quando ero un pischello di belle speranze. Di ciò mi ritengo molto fortunato. Non ho mai sofferto, in vita mia, della sindrome da foglio bianco. >>

D.: Ci sono tante cose che mi incuriosiscono del nuovo album. La prima è sicuramente il titolo. Perché hai, anzi, perché avete scelto questo titolo: “The Greatest Nots”?
MM: << Perché in un’epoca come quella attuale, di pensiero unico, empatia coatta e che se non sei social non esisti, talvolta è meraviglioso saper dire/dare dei bei no. Dire no, ancora oggi, come al tempo dei grandi film di Francesco Rosi, può essere l’elemento differenziante tra comportarsi da sudditi o sentirsi fieramente cittadini del nostro paese, tra l’essere più o meno collusi con qualsiasi tipo di sistema, incluso il sistema dell’industria musicale, tra l’essere artisti che creano con la propria testa o cloni che invece rincorrono le classifiche e i mi piace, come giocare alla schedina. No, questo disco non è instagrammabile e nel caso lo diventi, lo sarà suo malgrado. The Greatest Nots è la collezione dei nostri più grandi Hits. Al contrario. >>

D.: Come hai conosciuto e come è nata la tua collaborazione con Stefano Di Trapani, personaggio outsider della cultura italiana, definito “terrorista culturale” e, per quanto concerne la musica, “assassino dichiarato delle regole sonore del pianeta”?
MM: <<Lo racconto nella prefazione del suo bel libro “Si Trasforma in un Razzo Missile” (Rizzoli Lizard). Fu allo Scugnizzo Liberato (Centro Sociale di Napoli) all’interno del Ué Festival, una manifestazione di musica e fumetti indipendenti vivacissima e vitale. Conoscerci e jammare all’impronta in quel contesto fu subito un tutt’uno. In Stefano ho riconosciuto immediatamente le stigmate dei musicisti speciali, quelli con qualità rare, oltre il talento, oltre la tecnica. In più possiede una simpatia contagiosa e il gusto invidiabile per il cazzeggio surrealista, doti assolutamente non trascurabili, soprattutto in studio di registrazione. >>

D.: La realtà musicale italiana, oggi più che mai, è fortemente dominata dal “mainstream”. La proposta di artisti anche solo al limite della musica “indipendente” porta il pubblico a una sensazione di disturbo e di totale rigetto. E’ questo quello che intendete quando parlate di un’Italia caratterizzata da una “sopravvivenza sonora”? Nulla sarà più come prima. In che senso? Mi immagino davvero un suono portato al limite e, se dovessi pensare a una vostra presentazione dell’album, mi vengono in mente le immagini del concerto dei Cramps al Napa State Mental Hospital del 1978. Un mix in cui artista e pubblico non si riconoscono più.
<< Le parole a cui ti riferisci fanno parte del testo di presentazione del nostro album, che si trovano nel sito di Plastica Marella e sono frutto dell’immaginazione poetica dell’artista (nonché produttore di The Greatest Nots ) Roberto Giannotti, che, naturalmente, condividiamo di default. Certo il disco ha un non so che di manicomiale, nel senso più Carmelobenista del termine, ed è anche irritante, strafottente, politicamente scorretto, anzi no, scorrettissimo tout court. Insomma, un disco decisamente “unico”, fatto da due pazzi scatenati, costretti a fare i pazzi, perché serissimi da far paura >>

D.: Avevo già avuto modo di parlarti della mia passione per le copertine degli album. Ovviamente, non è passato inosservato il fatto che si tratterà di “un vinile stampato a mano dentro una rutilante copertina apribile”. Ci racconti un po’ di Plastica Marella e della collaborazione con Enrico Infidel D’Elia e Simone Tso per la parte grafica?
<< Una delle tante chiavi d’ascolto di THE GREATEST NOTS, è che offre una visione (visiva e sonora) distopica degli anni ’80 ed in particolare di Frigidaire e della scena new & no wave italiana di quegli anni, ma non è un disco tributo, è un po’ come il film di Tarantino (ambientato invece nel 1969), dove alla fine quelli della Family di Manson fanno una brutta fine e invece Sharon Tate sopravvive. Ecco, sono gli anni ’80 con un finale alternativo, riscritti da un musicista informato (molto bene) sui fatti e da un musicista di una generazione e mezzo più giovane. Con lo stesso spirito abbiamo affrontato l’artwork della copertina rigorosamente gatefold, interpretata in maniera magistrale da Simone ed Enrico per quanto riguarda le illustrazioni e da Giandomenico per grafica e impaginazione. Dentro THE GREATEST NOTS ci sono mondi interi e c’è anche molto Tamburini, perché in questo nostro “film”, Stefano Tamburini è vivo >>

D.: E’ stata recentemente pubblicata la tua biografia “Life on Marsico” scritta dal tuo amico e collaboratore storico Christian Zingales. Impossibile non notare il riferimento a David Bowie. Che importanza ha avuto o che riflessi ha avuto sul tuo modo di fare musica questo grande artista?
MM: << Considero Christian Zingales, prima ancora che amico e collaboratore, come il critico musicale più importante della sua generazione, le nostre lunghe telefonate sono sempre occasione di stimoli e riflessioni avvincenti, e sono, naturalmente, anche molto piacevoli e a trecentosessanta gradi, con frequenti incursioni nel cinema e nel fumetto. Life on Marsico, non avrebbe potuto scriverlo nessun altro che lui, e il titolo è certamente anche l’omaggio di un marziano caduto su Milano a un altro grande, immenso marziano, ma il tributo si ferma lì, perché il libro parla della mia vita al 100%. L’importanza e l’influenza di David Bowie a livello globale sono fuori discussione, partono dal suo esordio e arrivano ai giorni nostri, e ciò è visibile e udibile a tutti. Per quel che mi riguarda posso dire di essere stato influenzato da lui, piuttosto che nel fare musica in sé, nell’arte di rimettersi continuamente in gioco e nella spietata obiettività con cui analizzava a ritroso i suoi lavori del passato. Un modo assai funzionale a un certo tipo di artisti per poter andare avanti ripartendo dagli errori compiuti (e quindi in un certo senso donando dignità agli errori stessi, come maestri di vita), oppure voltando decisamente pagina (se questi errori si fossero rivelati vicoli ciechi)>>

D.: Ricapitolando, dalla pubblicazione di “Postmodern_Human Folk Music” ad oggi, tra i tuoi vari progetti, c’è stata anche la riedizione di “Architettura Sussurrante”, esperimento musicale dell’architetto e designer milanese Alessandro Mendini, in cui tu hai avuto una parte fondamentale. Come si può far “sussurrare” o “vibrare” l’architettura?
MM: << Non solo, è da poco uscito anche il sequel “Extrasussurrante” su cd (Lacerba/Audioglobe), che contiene il mio inedito “Expanded Interiors”. Far vibrare o sussurrare l’architettura? Forse non importa rispondere come davvero si possa. Ogni artista, si pone di volta in volta le domande utili (soltanto a lui) per intraprendere un percorso creativo, domande che indicano una direzione poetica, domande la cui risposta è solitamente l’opera stessa, compiuta e non. >>

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