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Marillion – Fugazi

(Andrea Romeo 27 agosto 2020)

Nell’anno del Signore 1980 il progressive era un genere musicale da considerarsi, virtualmente, defunto: le grandi band degli anni ’70 erano arrivate ad una sorta di capolinea artistico, le band meno note erano già da tempo rinchiuse in nicchie dalle quali sarebbero uscite solo decenni dopo, il punk aveva si spazzato via quelli che venivano, in maniera spesso sprezzante, definiti “dinosauri del rock”, buoni per una ricerca storica ma ormai considerati irrimediabilmente desueti, ma anche la new wave, che iniziava a conquistare uno spazio notevole, stava decretando la nascita di nuovi suoni, nuove strutture musicali, un modo diverso di fare e di ascoltare musica…

Forse…

Già, perché ad onta di un situazione che pare persino limitativo definire disastrosa, nel sottobosco musicale inglese si era formato uno zoccolo duro di affezionati al genere progressivo, una sorta di èlite musicale di ascoltatori che, nel giro di pochi anni, si tramutò in quello che venne, sempre a posteriori, definito neoprogressive, personaggi che, da semplici fruitori dei suoni anni ’70, divennero musicisti in grado di rinverdirne, in parte, i fasti.

L’aspetto curioso di questa vicenda è il fatto che sia stata proprio la tecnologia, da molti additata quale uno dei principali responsabili della “morte” artistica del prog, a favorire questa inattesa rinascita: all’inizio furono le “fanzine”, giornalini su cui i fans ed i musicisti restavano in contatto, organizzavano eventi, distribuivano materiale, poi arrivò la rete, certo ancora “artigianale”, a collegare questi gruppi di appassionati e di musicisti, tanto da farne un vero e proprio popolo.

Gruppi come IQ, Twelfth Night, Pendragon, Pallas, nacquero ed acquisirono prestigio grazie anche a questo passaparola grafico/informatico, ma la band che fece, letteralmente, sobbalzare sulle sedie i vecchi “progster”, e nel contempo si assicurò un invidiabile seguito di giovani appassionati, fu un quintetto di Aylesbury (tra l’altro città in cui si trovava un club, il Fryars, che aveva lanciato i Genesis… vedi tu il destino…) dal nome affascinante e “favolistico”: Marillion.

Nati nel 1979, ad opera di Mick Pointer (batteria), Brian Jelliman (tastiera) e Steve Rothery (chitarra), ampliarono l’organico inserendo il cantante Fish e il bassista Diz Minnitt. Dopo pochissime date, sempre nell’area di Aylesbury e Londra, accolsero tra le loro fila il tastierista Mark Kelly e il bassista Pete Trewavas ed approdarono al leggendario Marquee.

Da subito la discussione che si sviluppò intorno a loro fu a dir poco caotica: si andava da chi li considerava né più né meno dei cloni dei Genesis, per via del trucco scenico utilizzato da Fish e della sua voce che, effettivamente, ricordava parecchio quella di Gabriel, sino a chi addirittura li valutava musicalmente delle copie, affermazione che, oggi più che mai, pare davvero grossolana e priva di basi solide.

C’erano, certamente, dei punti in comune, estetici e, se vogliamo, di approccio alla materia musicale, ma suoni, strutture dei brani e narrazione avevano un che di proprio, una loro originalità che si sarebbe palesata di lì a breve.

L’album di debutto, Script for a Jester’s Tear, uscito nel 1983, ebbe una straordinaria presa sul pubblico, ma fu con l’album successivo, Fugazi, uscito l’anno successivo, ad onta di una lavorazione difficoltosa e portata avanti in un periodo di forti tensioni, dovute anche all’estromissione di Pointer in favore del nuovo batterista Ian Mosley, che la band esplose letteralmente anche all’estero, innescando una reazione tale per cui non solo in Inghilterra, ma anche in Italia, Francia, Paesi Bassi, Germania e Stati Uniti, il new progressive aveva non soltanto acquisito notorietà e seguito, ma aveva trovato i suoi alfieri.

Sette tracce, introdotte dalla cupa ed oscura Assassing, cui facevano seguito il primo singolo, Punch and Judy, ed un pezzo, Incubus, che si può considerare il manifesto progressive dei Marillion, brani che accreditavano la band come principale esponente di un fenomeno che ne faceva non certo gli imitatori, ma gli eredi di una tradizione che, negli anni ’80, più che tramontare ha subito una vera e propria metamorfosi.

Di lì a non molti anni, tra l’altro, questo fenomeno avrebbe avuto un’ulteriore evoluzione, nel momento in cui questi suoni iniziarono ad incrociarsi con quelli dell’heavy metal, dando luogo ad un’altra storia, il cosiddetto prog-metal, parecchio interessante.

Fugazi è un album cesellato, forse addirittura fin troppo, e questo per via di una grande quantità di sovraincisioni che, se in studio sono relativamente facili da eseguire, dal vivo risultano davvero complicate da riprodurre, ed è per questo che gli stessi brani, nelle loro versioni live, risultano sempre più scarni, meno “pieni”; ma è un lavoro che certifica totalmente l’originalità di una band troppo spesso accusata di essere imitativa da chi, probabilmente, faceva del “passatismo” di facile presa, un lavoro che è tutto sommato “invecchiato” bene, anche nei suoni, fatto non sempre frequente per quanto concerne la musica degli anni’80.

(Emi, 1984)