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Lol Coxhill – “Ear Of Beholder”

(Massimo Tinti)

Nessuno lo sa più chi era Lol Coxhill, come suonasse il suo sassofono, quanto il suo talento fosse splendente, illuminato, anticonvenzionale.
Certamente in passato ci sono state attenzioni grandi su di lui; insomma ha fatto parte, da protagonista, dei Whole World di Kevin Ayers, suonato con gli Henry Cow, Hatfield And The North, Caravan, Jimi Hendrix, Alexis Korner, Rufus Thomas, persino con i Damned.
Ma questo genio eclettico dopo un poco si stancava e tornava da solo, alla sua musica suonata per strada, nei pub, sotto i ponti, in mezzo al traffico. Sentiva, Lol, il bisogno di esprimere le sue diteggiature contorte, le stonature, senza doversi preoccupare di qualcuno che lo applaudisse, che gli mettesse una mano sulla spalla, che lo costringesse a saltare sul palco e ridere e ballare a comando.
Dopo aver abbandonato definitivamente il suo lavoro da rilegatore di libri per la musica, Coxhill avverte l’urgenza di impadronirsi e servirsi di qualsiasi spunto, di trovare l’arte tra le selvatiche cose del quotidiano, soprattutto in quelle magistralmente smantellate nel disinteresse generale. Ecco tornare in voga nella sua testa tutto il patrimonio musicale prebellico, le piece teatrali dell’assurdo, le sculture e i dipinti osteggiati dalla cultura del loro tempo, le danze dell’era vittoriana, la provocazione dada e i suoni free. Spesso, quando si esibiva alle fermate della metropolitana, Lol si dipingeva il volto in modo strambo e poi tentava di riprodurre in musica il ghigno disgustato dei passanti nel vederlo, oppure i loro sorrisi; un quotidiano affollato che parlava bene di lui, male, senza capire. Una sensibilità così straripante, a volte indifesa fino al patologico, non può che finire a bere birra e suonare con Robert Wyatt, John Peel, David Bedford. Ad improvvisare con quei tre pensatori intellettuali che Dio ha fatto simili ai bambini, con la stessa onestà, nudi nelle loro espressioni creative fatte di gioia, di spavento, gioco.
In quella interazione c’è qualcosa di davvero magico, tenuta insieme con l’euforia e l’alcool, con l’amore per la classe operaia, con la semplice dignità che sa colpire profondamente ogni anima strana e scanzonata, forse anche un poco triste perché diversa.
“Ear Of Beholder” è il doppio disco che le mette tutte insieme quelle gag, che fa diventare canzoni una serie di note sbagliate, piene di humor, scalcinate ma che all’improvviso diventano poesia, apparizione. Coxhill le suona con le mani piene di polvere negli angoli dimenticati della città, in qualche festival lontano; come fossero litanie del cuore e della mente da intonare alla luna, nella solitudine del destino che ha scelto. Il suo sassofono non ci sa stare dentro il rock, in mezzo al jazz, tra le futilità delle mode; esso suona finché c’è fiato per dire una cosa bella, poi se la dimentica, ci torna sopra pasticciando o ricamando.
Nella sua musica vale tutto: Canterbury, filastrocche, registrazioni difettose, girotondi, marce per bande paesane, Charlie Parker “che soffia un lungo blues in una jam session pomeridiana di domenica”.
Varietà di fonti e situazioni che sono le stesse di un musicista di strada che prova a racimolare qualche spicciolo, goffamente in piedi sul marciapiede insieme al suo cane e i pochi arnesi, il freddo.
Solo qualche volta Lol canta, lo fa “come uno a cui manca il senso della realta”, come un incontro ravvicinato tra un personaggio dei cartoni animati che insegue un unicorno: “Se Frank Sinatra canta una canzone d’amore tutti piangono, se ne canto una io, tutti ridono”.
Qua e là come dicevamo c’è il piano di Bedford ad aiutarlo (commoventi i duetti di “Two Little Pigeons” e “Don Alfonso”), le chitarre (persino quella di Mike Oldfield), Wyatt che suona le percussioni; anche dei bambini che parlano, cantano, che trasformano “I Am The Valrus” dei Beatles in una gita allo zoo.
La lunga suite “Rasa Moods” è un colosso di venti minuti registrato live ad Utrecht: una allampanata ripetizione incentrata sul sassofono e sugli effetti del piano di Jasper Van’t Hof; un suono d’avanguardia capace di evocare Frank Zappa che officia strani rituali insieme ai corrieri cosmici tedeschi.
Quando l’ultima delle vibrazioni “difficili” smette di uscire da “Ear Of Beholder”, per un solo attimo lo sguardo finisce sulla bella cover disegnata da Karel Oldrich, addosso a quell’uomo grande, calvo, che sembra voler dire: “guarda bene, quello che cerchi di me è in una tessitura più sottile, una tessitura di fumo, in uno stato di benessere che comincia con una canzone antica che nessuno è in grado di ricordare”.
La prima realizzazione del disco esce per l’etichetta militante Dandelion Records di John Peel nel 1971 (unico disco doppio del catalogo).
“L’orecchio di chi guarda” vendette quasi niente nonostante la radiodiffusione maniacale dello stesso Peel.