L’imperatore dell’afro funk, Manu Dibango

(Nik Maffi – 25 giugno 2019)

Qualche anno fa, e più precisamente nel 1999, l’etichetta inglese Strut – dedita alle ristampe di gemme disco funk del passato – fece uscire una compilation contenente il meglio di un gruppo funk americano spostatosi a Parigi negli anni ‘70 a causa della quantità di band che, dedite al genere molto in voga in quel periodo, sovraffollavano le chart statunitensi.
Il nome della band in questione era Lafayette Afro Rock Band e nel loro repertorio c’era un pezzo fantastico intitolato Soul Makossa – la Makossa è un tipo di musica molto popolare nelle aree urbane del Camerun, è molto simile alla rumba africana e include tra le sue caratteristiche un uso marcato dei bassi; nella lingua duala significa io ballo.

Qualche anno più tardi, in un mercatino della zona, ebbi la fortuna di imbattermi in un 45 giri con lo stesso titolo ma suonato non dalla band americana di cui conoscevo la versione, ma da un artista a me sconosciuto: Manu Dibango.

Ma chi è Manu Dibango?
Nato a Douala, Camerun il 12 dicembre del 1933 e ancora in attività il longevo ottantaseienne Manu Dibango è un compositore, sassofonista, vibrafonista e cantante che vanta collaborazioni con artisti del calibro di Fela Kuti, Herbie Hancock, Bill Laswell e il nostrano Jovanotti.
Negli anni ha realizzato una vasta discografia personale e Soul Makossa è considerato da alcuni critici il primo pezzo disco music della storia. Questa grande canzone è nota anche per aver influenzato diverse produzioni discografiche di successo nei decenni successivi, come ad esempio I Wanna Be Startin’ Somethin’ di Michael Jackson, pezzo di apertura del best seller del 1982 Thriller e Don’t Stop the Music di Rihanna uscito nel 2007.

Soul Makossa di cui possiedo la stampa italiana, numero di catalogo C 16698, è uscito per la Decca nel 1973, con lato B il pezzo Lily, che fece anche capolino nella classifica italiana di quell’anno; da qui il motivo della distribuzione sul mercato nazionale.

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