Lastanzadigreta: credere nel valore sociale della musica

Ph.: Renzo Chiesa

(Raffaella Mezzanzanica)

Lastanzadigreta è un gruppo di cinque musicisti di Torino. Si sono incontrati e conosciuti nel 2009, e da allora, portano le loro canzoni in giro per l’Italia. Nel 2017 il loro primo album, Creature selvagge, ha vinto la Targa Tenco per la Miglior Opera Prima, scelto tra centinaia di titoli da una giuria di 200 critici musicali.

A inizio 2021 è uscito il suo secondo disco, Macchine inutili, realizzato con il sostegno di MiBACT e di SIAE nell’ambito del programma “Per chi crea”.

Da un primo scambio di e-mail con Leonardo Laviano, voce e chitarre acustiche, è scaturita un’intervista via Skype, in cui abbiamo parlato di tantissime cose, anche del significato che lastanzadigreta attribuisce alla musica e all’arte generale.

Prima di tutto devo fare una premessa dicendoti che devo ringraziare mia mamma che ha letto un articolo che parlava di voi ed è subito venuta da me. Sono molto onesta: non vi conoscevo prima di qualche settimana fa ma, devo dire, che è stata davvero una piacevole sorpresa.

L.L.: Questa, purtroppo, è una cosa che caratterizza il 99,9% della popolazione. Mi riferisco al fatto di non conoscere lastanzadigreta. E questo ci sta. Purtroppo, è la realtà delle cose. La musica commerciale è un mercato affollatissimo di bancarelle meravigliose. Alcune, anzi molte, con la caratteristica di avere una grande potenza di fuoco. Dall’altra parte ci sono i “piccoli” che, approfittano anche di eventi fortunati come la Targa Tenco o il bando SIAE per farsi conoscere.

D.: Come vi siete incontrati e come è nata “lastanzadigreta”?

L.L.: Noi ci chiamiamo lastanzadigreta perché nel 2009, un amico comune esterno alla band – noi eravamo cinque persone, di cui tre si conoscevano già abbastanza mentre le altre due, tra cui io, molto meno – ha organizzato, insieme ad altre persone, un’iniziativa benefica a favore di un progetto che prevedeva la raccolta di fondi per l’acquisto di macchine per la riabilitazione passiva di ragazzi in stato comatoso a seguito di incidenti stradali. Questa iniziativa era focalizzata su una paziente vera che si chiamava Greta. Noi avremmo partecipato al progetto con una nostra canzone. Questa canzone è diventata un gruppo di canzoni, anzi un vero e proprio spettacolo che ha accompagnato questa operazione editoriale volta alla raccolta fondi per la causa. Ad operazione conclusa, ci siamo salutati ma poi abbiamo pensato che sarebbe stato bello provare a fare qualcosa insieme, al di là di quello che avevamo vissuto. Così è stato. Abbiamo mantenuto “Greta” nel nome. Greta, purtroppo, non c’è più. E’, però, rimasta e rimane con noi. È la nostra Musa e ci ricorda sempre la ragione per cui siamo insieme. Da quel momento è nata un’esperienza essenzialmente legata alla musica dal vivo. Siamo nati come “collettivo di sperimentazione” e ci è stato detto che eravamo “prog”. È una definizione che, chiaramente, non ci siamo imposti noi. Siamo andati avanti così, componendo canzoni ma, soprattutto, esibendoci dal vivo. Dopo ben otto anni di questo tipo di attività, abbiamo deciso di “tirare una riga” pubblicando un primo disco intitolato Creature Selvagge. È un primo disco che ha conosciuto una gestazione facile, nel senso che abbiamo solo dovuto fare una selezione di otto anni di produzione musicale tutta di inediti nostri, senza nessuna cover. L’unica nostra cover che gira in rete – tanto per restare in ambito “prog” – è Non mi rompete del Banco di Mutuo Soccorso. Noi, però, siamo di animo “pop”. Abbiamo la necessità di chiudere i ragionamenti nel giro dei quattro minuti classici della canzone. Il primo disco, una somma di dodici canzoni, ha dato il via da un’esperienza live, forte del bando che ci è stato affidato dopo aver vinto la Targa Tenco Opera Prima nel 2017. Tutto questo ci ha permesso di poter fare numerosi concerti in giro per l’Italia.

Dopo quattro anni, abbiamo pubblicato Macchine Inutili, un lavoro nato al contrario rispetto a Creature Selvagge. Con Macchine Inutili abbiamo pensato al genio di Bruno Munari, al ruolo del macchinismo nell’evoluzione e nella deriva umana e, da lì, sono nati i tredici pezzi. Si tratta di tredici pezzi inediti che “ospitano”, per la prima volta, Greta e la nuvola, il pezzo che noi eseguiamo, rigorosamente in improvvisazione, in tutti i nostri concerti. Non lo prepariamo mai. Tutte le volte lo suoniamo con strumenti diversi, per la maggior parte con cose che ci stanno intorno in quel momento: bicchieri, chiavi, tavoli. Ed è avvenuto così anche per la registrazione.

D.: Ho subito una curiosità sulle origini del nome: “lastanzadigreta” scritto come se fosse un’unica parola. Non credo sia una scelta casuale. Sbaglio?

L.L.: lastanzadigreta si scrive tutto attaccato, prima di tutto, per un vezzo stilistico. Non me ne abbiano gli amanti del prog ma noi abbiamo un nome molto prog. Averlo tutto attaccato è un’ironia in più, perché noi ci “fidanziamo” con un sacco di generi musicali ma non ci sposiamo mai. Rincorriamo, sempre, un solo obiettivo stilistico che è quello di non assomigliare mai a niente e a nessuno in particolare. Questo è un po’ anche il nostro problema, perché in un mercato discografico e di musica dove la gente ti chiede sempre che genere fai per poter “targettizzare” il pubblico, noi rispondiamo “Boh?!?”. “Stanza” perché contiene tutto ciò che troviamo e che portiamo sul palco. Macchine Inutili accosta strumenti di “trovarobato” (giocattoli, ad esempio) affiancati a macchine e a strumenti veri. In questo disco, abbiamo potuto collaborare con otto elementi dell’Orchestra Filarmonica del Teatro Regio di Torino, abbiamo ospite Cecilia, una bravissima arpista che molti ricordano per aver accompagnato Max Gazzè al Festival di Sanremo un paio di anni fa. Abbiamo registrato le voci per il nostro disco a Milano e anche il nostro distributore è milanese. “La stanza di Greta” sarebbe stata una dichiarazione concettuale, invece “lastanzadigreta” è un fonema unico che segna un po’ di differenza rispetto al classico.

D.: C’è una certezza assoluta che vi riguarda. Siete una band con una “visione” e con una “missione”, tanto è vero che sul vostro sito ufficiale avete pubblicato il vostro manifesto, definito il “Manifesto della Musica Bambina”. Di cosa si tratta?

L.L.: Una delle cose da cui cerchiamo di scappare, oltre che dai generi musicali e dalle codifiche, è anche da un certo edonismo musicale. La “Musica Bambina” per noi è una necessità, è un’urgenza. “Musica Bambina” non è una musica “per bambini”, ma è una musica che ha il difficilissimo compito di essere fruibile, utile e piacevole sia per gli adulti che per i bambini. Pensiamo alle canzoni di Sergio Endrigo e al doppio fondo di lettura: i bambini leggono il brano in un modo e gli adulti in un altro. Questo, però, fa parte del merito di chi sa scrivere. Non è musica “stupida” in quanto per bambini. È musica “facile” cioè priva degli orpelli di composizione e di esecuzione. In tutto il nostro disco non si troverà nessun assolo o esibizione tecnica da parte di nessuno di noi. Il nostro obiettivo è quello di costruire canzoni facili da assimilare. Non è detto che siano canzoni “leggere”. Possono essere anche “pesanti” ma sono facili. In aggiunta ai concetti di “semplicità” e “sincerità”, c’è il discorso della “meraviglia”. I bambini, rispetto agli adulti, sanno meravigliarsi. Si dice che “da bambini si pianga più in fretta”. La “meraviglia bambina” è quella sensazione che si dovrebbe provare quando si riesce a produrre un accordo di do maggiore sulla chitarra. Quella sensazione che anche i migliori chitarristi della storia hanno provato solo in quel particolare momento è quello che ci piace riprodurre. Cerchiamo di raggiungere questo obiettivo rincorrendo il nostro “livello di incompetenza”. Mi spiego. Noi siamo cinque musicisti, alcuni molto bravi. Sia nella registrazione ma anche nei live, spesso ci cambiamo di ruolo, andando a suonare uno strumento che non è il nostro. Questo ci obbliga, non essendo molto abili con lo strumento che abbiamo di fronte, a suonarlo con molta cautela, con molto rispetto, con un filo di tensione e di preoccupazione perché sei preoccupato di come il tuo suono stia in mezzo al suono degli altri. Nel mio caso, la meraviglia di suonare una marimba e fare in modo che si incastri bene con quello che stanno suonando gli altri, riproduce un surrogato del concetto di meraviglia del primo accordo di do. Ci definiamo “una band di canzoni pop, in metallo e legno massello”. Questo è proprio il senso. Senza demonizzare nessuno e senza codificare nessuno, perché anche noi abbiamo molte macchine che utilizziamo per i nostri brani. Tuttavia, le macchine non sostituiscono mai gli strumenti veri. Sul palco, ad esempio, abbiamo bidoni di ogni dimensione. Potremmo campionare quei suoni ma non lo facciamo, perché le armoniche che ricevi anche tu quando percuoti un bidone non sono quelle di una macchina. E la gente se ne accorge. Adattiamo il nostro corredo di strumentazione al luogo in cui dobbiamo suonare. Possiamo, ad esempio, suonare con strumenti giocattolo in una libreria oppure riempire un palco 5×3. I sintetizzatori, ad esempio, hanno un loro ruolo, hanno un loro timbro che con gli strumenti veri non si potrebbe avere. Macchine Inutili, ad esempio, inizia con le pulsazioni di un sequencer e non potrebbe essere diversamente.

D.: Quando mi capita di parlare con persone che hanno una grande passione per la musica e chiedo loro perché per loro sia così difficile trasmettere la cultura musicale ai loro figli, esattamente come farebbero per altre forme d’arte, la risposta è spesso: “Sono troppo piccoli e non capirebbero”. Voi vi interfacciate da sempre con adulti e bambini. Quali sono le reazioni degli uni e degli altri?

L.L.: È molto interessante osservare il fenomeno. Intanto, tre di noi si occupano di didattica musicale da tanti anni. È molto interessante quello che fanno, perché mettono la tecnica musicale al servizio del singolo obiettivo quotidiano. Il bambino di sei, cinque, ma anche di quattro anni, riceve una lezione di insieme con i suoi compagni e l’insegnante porta un brano gospel, con una breve frase inglese facile da imparare, un solo accordo di chitarra e un semplice tempo da battere su qualunque cosa. E alla fine, l’obiettivo finale di essere in grado di cantare questo brano dopo una sola ora di lezione lo conseguono tutti. Vanno a casa e dicono: “Oggi abbiamo imparato questo pezzo e io ho suonato la chitarra”. I genitori rimangono stupiti. L’approccio classico allo studio degli strumenti annoia il bambino. Invece, con questo metodo di apprendimento che consiste nel dare subito al bambino lo strumento da suonare, il risultato di riuscire a imparare un brano in un’ora di lezione è garantito. Chi ha figli pensa sempre che siano molto meno di quello che in realtà sono. I bambini sono famelici di cose da fare. La tecnica musicale è al servizio dell’obiettivo brevissimo. Poi, se il bambino è talentuoso e appassionato, si può passare alla preparazione classica.

D.: Prima parlavi della “meraviglia” dei bambini. Infatti, sul vostro sito, citate la letteratura per bambini che appassiona anche gli adulti, attraverso l’esempio di Gianni Rodari.Il concetto di “meraviglia” mi fa pensare alla vostra musica come ad un’applicazione della “poetica del fanciullino” di G. Pascoli. Concordi?

L.L.: Condivido assolutamente. A Gianni Rodari abbiamo esplicitamente dedicato un pezzo in questo disco che s’intitola Grammatica della Fantasia, come il suo libro. Prima citavo Sergio Endrigo, in particolare la sua canzone Ci vuole un fiore. La genialità di questi artisti sta nell’aver preso sul serio il loro pubblico di giovani e giovanissimo e aver fatto per loro un esercizio di letteratura e musica veramente adulto. Grazie a questa visione, oggi le opere di Gianni Rodari vengono lette anche dagli adulti, così come Ci vuole un fiore diventa la canzone da suonare e cantare, dopo che hai finito una cena, di fronte ad un fuoco.

D.: “Pesce comune” è uno dei singoli tratti dal vostro ultimo album “Macchine Inutili”, pubblicato a inizio febbraio. È un brano che affronta temi di grande attualità. Mi parli di come è nato questo brano?

L.L.: Alla rubrica “Cose in cui non vogliamo cadere”, c’è anche quella di non voler cadere negli stilemi e nei cliché della musica d’autore, con tutto il profondo rispetto per la stessa. Quando si parla di “musica impegnata”, uno degli errori in cui spesso si cade è quello di essere moralisti, cioè di dare al testo una sorta di valore educativo esplicito. Questa ossessione didattica per noi è il male ed è quello da cui fuggiamo. La domanda che ci siamo posti, quindi, è stata: “Come facciamo a comporre un pezzo che faccia intendere che noi stiamo uccidendo il mare, essendo ben consci che ci sia già ‘Come è profondo il mare’ di Lucio Dalla e che quel capolavoro sia irraggiungibile?” “Come facciamo a comunicare disagio e imbarazzo pensando a quanta gente muore in mare, senza essere moralisti?” Allora ci è venuto in mente di raccontare questa storia attraverso il punto di vista di un pesce. In più, per azzerare l’artificio emotivo del fatto che sia un pesce, non diciamo che sia un delfino perché ti si riempirebbe il cuore o uno squalo perché intrigherebbe, ma parliamo di “un pesce comune”, cioè uno dei miliardi di pesci di cui non si sa il nome che girano per i mari. Un pesce non dà delle morali, un pesce vede cose che cadono dall’alto e che si depositano sul fondale. L’unica cosa che il pesce si permette di dire all’uomo è di cambiare punto di vista, cioè di andare ad osservare ciò che succede da sotto la chiglia della nave. Quello che abbiamo cercato di fare e speriamo di esserci riusciti è stato di unire a questo testo all’interno di una canzone pop/melodica.

D.: Stavi accennando prima al video di “Pesce comune”, un lavoro costruito con la partecipazione dei danzatori e delle danzatrici del Balletto Teatro di Torino. Come è nata questa collaborazione?

L.L.: Intanto, posso dire che noi con quel video non c’entriamo niente. Non solo. Non abbiamo visto nulla. A luglio scorso, siamo stati fortunatissimi e siamo riusciti a fare due concerti all’aperto. Uno di questi era all’interno della stagione di “Scene” di Rivoli. Considerando che si trattava di un recupero della stagione bloccata a causa Covid, ci è stato chiesto di ospitare sul palco dei ballerini di danza contemporanea (il Balletto Teatro di Torino). Ci siamo incontrati, la coreografa ha sentito i pezzi e abbiamo detto loro che potevano fare ciò che volevano. Ci siamo messi sul palco in modo che loro potessero ballare sia sul prato davanti a noi che sul palco. Alla fine del concerto, abbiamo deciso di fare il video insieme. In aggiunta, abbiamo deciso di dare la regia ad una coppia di registi molto giovani che già avevano collaborato con la compagnia di danza. Abbiamo anche scelto lo spazio insieme. Alla fine, noi compariamo in due sequenze. Il video è un piano sequenza unico, per cui molto complicato anche dal punto di vista tecnico, senza alcun editing. I ballerini hanno ballato all’esterno a gennaio. Abbiamo amato quel video sin dal primo momento. Abbiamo voluto far vedere gli strumenti di scena. Si vedono i fari, si vedono i cavi e questo mare fatto con i teloni dei camion ci ha riempito il cuore. Siamo felicissimi di questa collaborazione.

D.: “Macchine inutili”, realizzato con il sostegno di MiBACT e di SIAE nell’ambito del programma “Per chi crea”. Credo sia importante spiegare di cosa si tratta.

L.L.: Si tratta di un maxi-bando di tutte le arti e ha premiato ventuno progetti discografici, tra cui il nostro. Questo ci ha permesso di ricevere la borsa che abbiamo utilizzato per la produzione del disco. È piaciuto molto il progetto Macchine Inutili che non è un “concept album” non nel senso “prog” del termine, ma è comunque un esercizio, una raccolta di canzoni che in comune hanno la quotidianità e i concetti di “utilità”, di “non utilità”, di “profitto” e di “obsolescenza”. Un po’ tutte le storie che raccontiamo all’interno di questo disco sono caratterizzate da questo. Dal punto di vista della partnership, grazie al sostegno di SIAE, ci siamo potuti permettere la collaborazione della Filarmonica del Teatro Regio di Torino con otto elementi (ottoni ed archi), abbiamo collaborato con Cecilia che ha cantato insieme a me Creature Selvagge – Pt. 2, il racconto ripreso da dove era rimasta la bambina di Creature Selvagge. Nella seconda parte, lei è adulta, è madre e pensa un po’ a quello che è stata la sua vita fino a quel giorno. Abbiamo potuto registrare le voci al Noise Factory di Milano, con l’utilizzato di microfoni audio Ribera che, per gli amanti del settore, sono dei microfoni pazzeschi, molto rari, che vengono utilizzati dalle più grandi voci del mondo. Tra l’altro, l’artigiano che li realizza è un partner di questo studio. Il disco è prodotto da “Self” Milano e l’etichetta è Sciopero Records, conosciuta ai più perché è l’etichetta discografica costruita e ideata dagli Yo Yo Mundi.

D.: Voi non amate parlare di “problemi” e, infatti, avete pensato di sostituire la parola stessa con “cavallino”. Da qui, nasce la canzone “Cavallini”. Perché?

L.L.: Noi siamo realmente un collettivo…e non è una buona notizia. Tutte le band che mi vengono in mente hanno un leader, uno che comanda. Noi, invece, no. Tutte le volte che ci si ritrovava a discutere sulla struttura di un pezzo, come arrangiarlo, cosa suonare in un determinato concerto, nelle chat si parlava sempre di “problemi”. Ad un certo punto, uno di noi, ha deciso di dire basta all’utilizzo della parola “problemi” e da lì abbiamo deciso di sostituirla con “cavallini”. Da lì è nata l’espressione: “Abbiamo un cavallino”. Quando all’inizio ho immaginato la canzone, ho pensato ad uno di quei film della “Commedia dell’Arte”, con pochi, brevi sketch e un titolo. Così, riprendendo questo concetto, ho immaginato la canzone come un insieme di brevi storie di gente che fatica ad arrivare a fine giornata e il ritornello strumentale è introdotto da una frase che chiama una rima. Dico sempre “destini” ma non dico mai “cavallini”, fino alla fine della canzone. Questo è stato il nostro modo di affrontare, in modo un po’ divertente, tutte le grane che ogni giorno ci accadono. Ad esempio, si parla di un’operaia che lavora alla mensa di una grande azienda con gli occhiali rotti a cui ha messo un po’ scotch e aspetta la tredicesima per poterli far riparare. Si parla di un ragazzo che in mensa la incontra e non ha il coraggio di dirle che ha messo da parte i soldi di anni e anni di ferie non fatte per andare a vedere l’aurora boreale. Si parla di un ragazzo marocchino che si occupa di rivestimenti di sedili che vuole regalare un frigorifero alla sua fidanzata, o di un ragazzo sulla sedia a rotelle che lavora al call center dell’Enel e che la sera, tornando a casa, deve fare lo slalom perché la gente parcheggia dove non deve. Il tutto senza dare una morale.

D.: Parliamo di “ecosostenibilità”. Una delle vostre caratteristiche è sicuramente l’uso di strumenti non convenzionali, alcuni ricavati da materiali di recupero, giocattoli e da strumenti di uso quotidiano. Che effetto ha tutto questo sui bambini ma anche sugli adulti?

L.L.: Ha un effetto terapeutico. È chiaro che il bambino si diverte. Ad esempio, se dicessimo ai bambini di prendere una bottiglia finita di acqua o di Coca Cola, di chiedere ai loro genitori di lavarla, asciugarla bene, di mettere dentro del riso o dei ceci e di riempirla con quattro dita d’acqua, questo, per prima cosa, obbligherebbe la famiglia ad essere parte di un progetto e, in aggiunta, la bottiglia di plastica avrebbe una seconda vita. Il maestro che insegna ad utilizzare quella bottiglia come uno shaker fa divertire il bambino. Così, il bambino stesso può tornare dai genitori, mostrando loro come riesca a suonare quello strumento. Noi pensiamo che, per affrontare la vita quotidiana, serva un messaggio diverso. Abbiamo bisogno di occuparci oggi della Terra, attraverso piccoli gesti. Se costruisco uno shaker con una bottiglia, non solo risparmio soldi ma instauro piccoli gesti quotidiani di recupero del nostro ambiente. I grandi ragionamenti sono il Vangelo, ma ci obbligano ad aspettare. Noi, invece, dobbiamo fare le cose adesso, non aspettando che il mondo cambi dall’alto. Dobbiamo essere parte di questo cambiamento ogni giorno.

D.: Vi siete fatti promotori anche della “sostenibilità” in generale, attraverso quello che avete fatto per gli ospedali, in particolare al Bambin Gesù e all’Istituto dei Tumori di Milano.

L.L.: Quello ci manca e forse sarà una delle cose che arriveranno più tardi. Il concetto di sofferenza nel bambino è molto diverso rispetto a quello che l’adulto proietta su di sé. Non serve fare grandi cose. Serve portare un po’ di esercizio di alienazione, quindi di uscita dal quotidiano, con grande semplicità. Te lo dico sinceramente: noi l’abbiamo fatto più per noi, perché quando partecipi a questo tipo di iniziative, sei tu che ne ricavi giovamento. Speriamo di tornare presto a fare quello che abbiamo fatto. C’è una rete italiana che si chiama “Officine Buone”, un insieme di ragazzi che si occupa di organizzare spettacoli all’interno dei reparti oncologici, essenzialmente pediatrici ma non solo. Noi siamo andati al Bambin Gesù a Roma, all’Istituto dei Tumori di Milano e a Casa Ugi a Torino, dove abbiamo suonato insieme ad altri artisti. Per la nostra caratteristica, siccome queste cose si svolgevano prevalentemente nelle sale giochi dei reparti, noi suonavamo quello che trovavamo.

D.: So anche che non è finita. Raccontami di JAM Sound School, una scuola di musica dedicata a bambini e ragazzi senza limiti di età.

L.L.: A causa del Covid la scuola ha perso la sua sede fisica ma funziona comunque attraverso la DAD. In alcuni casi, si riesce anche a fare qualcosa in presenza, non quando si parla di zona rossa. Jam Sound School è una scuola di musica di stampo gospel, blues, rock che esercita sui bambini il tipo di didattica di cui parlavamo prima. È una scuola in cui sono praticamente scomparse le lezioni individuali. Si fa sempre esperienza in “jam”. I gruppi non sono a ruolo fisso di musicista ma i ragazzi suonano vari strumenti a rotazione. Quando poi, le cose prendono corpo e si sale di complessità, si possono fare lezioni individuali di approfondimento sullo strumento. Ad esempio, abbiamo realizzato uno spettacolo su “The Wall” a cui ha partecipato anche mio figlio. Lui faceva musica d’insieme nella sua band, suonando batteria, tastiere e basso. Successivamente, ha deciso di concentrarsi sul basso. Ad un certo punto, i ragazzi non ruotavano più sui vari strumenti, ma facevano incontri dedicati con il professore di strumento per approfondirne la conoscenza.

D.: Con il vostro primo album, “Creature Selvagge”, avete vinto la Targa Tenco per la Miglior opera prima, un premio davvero molto prestigioso assegnato ai migliori dischi italiani di canzone d’autore usciti nell’anno di riferimento. Che cosa ha rappresentato per voi questo riconoscimento?

L.L.: Un sogno coronato, ovviamente. Tuttavia, a livello pratico è stato “una pacca sulla spalla” perché, comunque, è un premio di giornalisti e di critici. Dunque, è bellissimo che sia capitato ma, alla fine, non abbiamo avuto un risvolto discografico. Averlo vinto è stato un grandissimo onore. Grazie a questo premio, ci siamo esibiti all’Ariston di Sanremo, insieme ad altri grandissimi artisti. Da questo, però, è scaturito il premio ricevuto da “NUOVOIMAIE” che ci ha conferito una borsa che ci ha permesso di sostenere un tour fino a ottobre 2018. Questo ha dato una grande mano al nostro linguaggio di band. Di fatto, abbiamo vissuto di questa rendita per tutto il 2019. Il premio è forse la ragione per cui oggi siamo qui. Per fare le cose bene, ci vogliono risorse, quindi ben venga che siano arrivate anche attraverso questi riconoscimenti.

D.: Credete fortemente nell’arte in generale come valore civico e, proprio anche per il significato che date alla vostra musica, questo periodo di assenza dai live e dai vostri impegni nel sociale deve essere ancora più difficile. Avete già qualche idea o qualche nuovo progetto per quando si potrà ripartire?

L.L.: Questo disco è nato prima della pandemia. Questo dà a certe frasi un valore profetico che non avevano. Macchine Inutili è un concetto che, più di tutti, è risultato essere profetico per questo momento di crisi globale. Settant’anni fa, Bruno Munari teorizzava che il nostro futuro sarebbe stato governato dalle macchine. La sua, però, non era una descrizione alla Fritz Lang in “Metropolis”, cioè noi che veniamo schiacciati dalle macchine. In realtà, noi siamo schiacciati dal valore che diamo alle macchine. Misuriamo l’efficienza di una macchina sulla base di quanto profitto produce. La “macchina inutile” è paragonabile a quando tu vivi per sette ore al giorno in un’officina di “macchine utili” e, ad un certo punto, esci a contemplare le nuvole che si muovono. Una macchina che produce arte attraverso il suo movimento rende questa macchina “inutile” perché, alla fine, non genera profitto. Il parallelismo con la vicenda Covid è davanti agli occhi. Non a torto, è stata fatta una scelta a livello globale: si “spegne” ciò che è inutile. Tutta l’arte è diventata una “macchina inutile” davanti alla necessità di vivere, guarire, di produrre per guadagnare ed essere in grado di comprarsi il pane. Questa è una scelta che rispetto. Capiamo il perché. D’altra parte, pensiamo anche che sia mancato uno slancio in più nell’identificare la necessità che ciascun uomo ha, ad ogni età, di avere arte che gli scorra nelle vene. Lasciamo perdere le colpe. I danni che abbiamo arrecato, soprattutto alle giovani generazioni, soprattutto per non aver dato loro tutto un anno di arte, socialità, creatività, emozioni, è un solco che non si sa ancora quanti e quali danni produrrà. Su questo dovremo lavorare tantissimo. Giusto essersi fermati. È doveroso che adesso si faccia ripartire tutto il mondo della libera espressione, per recuperare almeno in parte i danni che ci siamo voluti fare.

Ph.: Renzo Chiesa

Lastanzadigreta è:
Alan Brunetta, marimbe, vibrafoni, glockenspiel, percussioni
Leonardo Laviano, voce, chitarre acustiche
Flavio Rubatto, theremin, sintetizzatori, harmonium, percussioni
Umberto Poli, chitarre acustiche ed elettriche, cigar box
Jacopo Tomatis, mandolini, sintetizzatori, giocattoli

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