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Kinks – Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire)

(Andrea Romeo)

Ray Davies, voce e chitarra ritmica, Dave Davies, voce e chitarra solista, Mick Avory, batteria e Peter Quaife, basso, cui va aggiunto John Dalton, che lo sostituì temporaneamente nel 1966, e definitivamente nel 1969, partirono da Londra, e precisamente dalla zona di Huntingdon Road, per intraprendere la loro scalata verso il successo.

Tutto ebbe inizio con il Ray Davies Quartet, tra il 1960 ed il 1962, dopodichè la band assunse diverse denominazioni: Pete Quaife Band, The Bo-Weevils and The Ramrods e The Ravens.

L’anno decisivo fu il 1964, ovvero l’anno in cui la band assunse il moniker definitivo di The Kinks e la storia cambiò, in maniera decisiva, quando il singolo You Really Got Me, dopo una performance del gruppo allo show televisivo Ready Steady Go!, raggiunse il primo posto nella classifica Britannica, l’equivalente dell’andare, da zero a cento, in una frazione di tempo minima.

Cinque album in quattro anni, una raffica di tour mondiali, altri singoli di successo tra i quali All Day and All of the Night, Set Me Free, Tired of Waiting for You, Sunny Afternoon e Waterloo Sunset ed infine l’album che, pur rivelatosi un clamoroso fallimento commerciale (mentre venne assai apprezzato dalla critica) nel momento in cui venne pubblicato, The Kinks Are the Village Green Preservation Society, si prese ampie ed abbondanti rivincite nei decenni successivi.

The Kinks, (L-R) Dave Davies, Ray Davies, Peter Quaife, and Mick Avory, wait on the set of a television show, ready to perform, 1968. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Apprezzato dunque dalla critica ma, come detto, stroncato dal giudizio del pubblico, quest’album poneva un grosso problema, alla band, ovvero quello di come uscire da questo impasse attraverso l’album successivo.

A ciò si aggiunse la fuoriuscita definitiva di Quaife, sostituito da Dalton, che pose il gruppo di fronte ad una sorta di ripartenza artistica.

Ma era destino che i Kinks dovessero, sempre e comunque, complicarsi la vita: la logica, soprattutto quella di mercato, avrebbe suggerito un album di impatto, magari trainato da due o tre singoli da classifica, ma il quartetto britannico andò in una direzione radicalmente opposta, lavorando invece su un concept album, una sorta di opera rock, colonna sonora per uno sceneggiato televisivo della Granada Television che, peraltro, venne quasi subito cancellato, e non andò mai in onda.

Ancora una volta, la critica si espresse in modo favorevole, perché questo lavoro denotava una profondità ed una maturità artistica sicuramente maggiori, anche rispetto alle produzioni precedenti; quanto al pubblico, sicuramente non ci furono reazioni particolarmente entusiastiche, soprattutto in Inghilterra, mentre negli Stati Uniti il gruppo rientrò nella classifica di Billboard, seppur al numero 105… nulla di che, certamente, ma sicuramente meglio dell’album precedente, che era stato del tutto ignorato.

Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire), scritto in collaborazione con lo scrittore Julian Mitchell, racconta in modo mediato la storia della famiglia Davies, e lo scrittore stesso la sintetizza in alcune note, inserite nella stampa inglese: “Arthur Morgan… vive in un sobborgo londinese in una casa chiamata Shangri-La, con giardino, un’auto, una moglie di nome Rose ed il figlio Derek, sposato con Liz, e la coppia ha due graziosi bambini, Terry & Marilyn. Derek, Liz, Terry e Marilyn sono in procinto di emigrare in Australia. Arthur aveva anche un altro figlio, di nome Eddie. Era stato chiamato così in memoria del fratello di Arthur, rimasto ucciso durante la battaglia della Somme. Anche Eddie morì in guerra, in Corea.

Una sorta di opera rock che, all’epoca, venne considerata allo stesso livello di altre, coeve, quali ad esempio Tommy degli Who, e che mutò definitivamente la percezione della band presso il pubblico: da alfieri della cosiddetta British Invasion, esponenti del beat e precursori dell’hard rock, i Kinks traghettarono la loro carriera verso lidi inaspettati, fra pop, pop-rock, rock barocco e venature folk, e tutto grazie alle originarie dodici tracce di quello che, nato come colonna sonora, diventò in breve tempo una sorta di manifesto artistico e concettuale.

1968 – English rock group The Kinks perform on the television series ‘The Morecambe and Wise Show’ in 1968. Left to right: Pete Quaife, Dave Davies, Ray Davies and Mick Avory. (Photo by Popperfoto/Getty Images)

Sprazzi di vita vissuta (la vicenda della famiglia Davies), considerazioni storiche (la Gran Bretagna e la sua capacità di resistere, in tempo di guerra), valutazioni sociali e “politiche” (limitatezza della vita di provincia, emigrazione, ricerca di ambienti e di possibilità differenti e migliori), analisi della realtà (il dopoguerra, con tutte le difficoltà e l’austerità), ma anche una sorta di analisi morale (l’insensatezza della guerra ed un antimilitarismo non certo di facciata, ma vissuto personalmente); un lavoro decisamente complesso, dunque, ed assai articolato ed ambizioso che, nelle ristampe successive, pubblicate nel 1998 e nel 2019, venne di volta in volta ampliato con l’aggiunta di alcune outtakes, ma soprattutto di numerosi brani di Dave Davies, realizzati all’epoca ed esclusi dalla stampa.

La critica statunitense, come detto, fu decisamente positiva, all’epoca: “Un album capolavoro ad ogni livello, l’opera migliore di Ray Davies, e il più grande traguardo artistico dei Kinks”, Mike Daly (Rolling Stone), “Meno ambizioso di Tommy, e maggiormente musicale… Arthur è indubbiamente il miglior disco rock britannico del 1969. Esso dimostra che, Pete Townshend, ha ancora mondi da conquistare e che, i Beatles, devono ancora darsi da fare parecchio”, Greil Marcus (Rolling Stone), “Se Tommy è la miglior opera rock di sempre, allora Arthur è sicuramente il miglior musical rock”, Sal Imam (Fusion, Boston), mentre quella inglese fu, a posteriori in modo assai miope, molto meno entusiasta.

Come capita spesso la vendetta (o forse meglio dire la rivincita) è un piatto che si consuma freddo, anzi… freddissimo e questo perché, oggi, quel disco è ritenuto universalmente un classico: “Uno dei migliori e più riusciti concept album della storia del rock, come anche uno dei migliori e più influenti dischi pop britannici della sua epoca”, Stephen Thomas Erlewine (AllMusic), “La miglior opera rock di sempre”, Matt Golden (Stylus), “Bello… pieno di grandi canzoni dei Kinks e senza nessun riempitivo”, Adrian Denning (Retro Album & Music Reviews); nel 2003 Mojo ha inserito l’album nella sua “Top 50 Most Eccentric Albums”… insomma, un plebiscito.

Postumo, certo, e forse anche fin troppo, ma certamente meritato.

(Pye Records/BMG, 1969)