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Julius Project – Cut the Tongue

(Andrea Romeo)

Si usa dire che, quando un’opera impiega parecchio tempo nel vedere la luce, quel progetto sia “partito da lontano”; nel caso di Cut the Tongue, il nuovo lavoro del compositore, tastierista e cantante leccese Giuseppe “Julius” Chiriatti che, in questi tempi così complessi, ha dato vita ad una collaborazione artistica “on line” insieme ad un nutrito gruppo di musicisti denominato Julius Project, questa frase non solo trova conferma dal punto di vista concettuale ma anche da quello strettamente cronologico.

Il concept attorno a cui ruota l’album è nato intorno al 1978 e, nel giro di tre anni, la maggiorparte di musica e testi era già stata creata: un insieme di brani che avrebbe dovuto essere eseguito dal gruppo in cui Chiriatti militava all’epoca, i Forum, cosa che però non avvenne perché il prog era visto come un genere in fase calante e, come si soleva dire, considerato ormai “fuori tempo massimo”.

Quel progetto ancora frammentato e non inteso come opera coerente, venne accantonato, rinchiuso nel proverbiale cassetto, quasi dimenticato: quasi, appunto…

Non è certo un fatto voluto ma, soprattutto in ambito prog, i “ritrovamenti” sono diventati un fenomeno frequente e la bozza di Cut the Tongue non fa eccezione: trent’anni dopo la repentina messa in disparte di quelle tracce, Bianca Berry (Chiriatti), giornalista musicale, cantante e figlia di Giuseppe, ha avuto modo non solo di ascoltarne le singole demo, ma di coglierne una insita coerenza; c’era l’idea, c’erano i frammenti, ancorchè sparsi, occorreva solamente metterli insieme.

La pandemia non aiuta ovviamente, musicisti che vivono in regioni diverse, a collaborare in modo agevole, ma la tecnologia aiuta parecchio ed ecco che alcuni artisti, affascinati da questo progetto, hanno affiancato l’autore nel rimetterne insieme i pezzi e dar loro una forma compiuta, dividendosi curiosamente i compiti in base alle “location”: Paolo Dolfini, ex Jumbo, tastierista, suo figlio Filippo Dolfini, batterista, ed il bassista e cantante Marco Croci, ex Maxophone, hanno lavorato “dal nord”, così come hanno fatto, singolarmente, Dario Guidotti, flauto e voce, Daniele Bianchini, chitarre, anch’essi ex Jumbo, e Flavio Scansani, sempre alle chitarre; “dal sud” invece, oltre a Giulio e Bianca, hanno messo mano all’album i chitarristi Francesco Marra e Mario Manfreda, Emilio Presicce al sax e Martina Chiriatti alla voce.

Nel 2019, mentre Chiriatti terminava di comporre il brano che dà il titolo all’album, ecco arrivare l’ospite indiscutibilmente illustre, quel Richard Sinclair esponente di spicco della scena di Canterbury, già membro di Wilde Flowers, Caravan, Hatfield and the North, Camel e collaboratore di Robert Wyatt, Hugh Hopper e Theo Travis, una sorta di leggenda vivente per gli appassionati di progressive.

Quarant’anni dunque per chiudere il cerchio e mettere in fila, senza soluzione di continuità, diciotto brani che definiscono un’idea riportata alla luce che, in origine, si poteva considerare un canovaccio, ma che si è trasformata in vera e propria narrazione.

Non è dato di sapere se, l’arrivo di Sinclair, abbia modificato più di tanto l’impianto complessivo del lavoro, certo è che, sin dalle prime note del brano di apertura, The Fog, si percepisce quanto il “Canterbury Sound” lo innervi profondamente; nel contempo, però, è evidente il fatto che, suoni ed arrangiamenti risultino, soprattutto per chi sia addentro alla materia, assolutamente più ariosi, più “scarichi” rispetto a molte produzioni dell’epoca.

La storia del cammino interiore di Boy che, dalla solitudine vista come valore negativo, attraverso una serie di incontri, esperienze, illusioni e disillusioni, ritorna alla solitudine stessa, intesa però come virtù, viene narrata attraverso un viaggio sonoro che affonda le sue radici musicali nel passato ma che parla, senza far pesare questo gap temporale, anche al “ragazzo” di oggi; condizione necessaria, ovviamente, è la disponibilità ad ascoltare, perché Cut the Tongue non è un’opera “immediata”, non si esprime attraverso brani/slogan, ma propone un percorso, sia interiore che musicale, che va colto nella sua interezza.

Un gruppo di musicisti, dunque, ma anche di narratori; se la memoria non può esimersi dal fare riferimento ai “concept album” degli anni ’70, per il fatto che proprio allora la maggiorparte dei brani era stata per lo meno abbozzata, non meno interessante è la similitudine rispetto a lavori decisamente più attuali.

Per nulla fuori luogo ma anzi decisamente realistici paiono i riferimenti, per lo meno nella strutturazione e nello sviluppo dell’album, ad artisti come Arjen Anthony Lucassen che, con i suoi Ayreon, ha fatto del racconto musicale a più voci un vero e proprio modello, perfezionato ed affinato nel tempo in ambito prog-metal, o anche agli stessi Transatlantic, soprattutto per quella sorta di “circolarità” dei brani in  cui, un riff che si può considerare “dominante”, viene più volte ripreso rendendo unitaria la narrazione.

Cut the Tongue è un lavoro realizzato in cinque anni, seppur “a distanza”, da parte di un gruppo in cui ogni musicista ha avuto modo e tempo di contribuire fattivamente a crearne il suono e la musicalità: un vero e proprio “collettivo” artistico in cui si sono potute esprimere non soltanto la perizia strumentale ma anche la cultura e la sensibilità musicale offerte dai singoli.

Non è certo un caso il fatto che, già tra le note del brano di apertura, e durante tutto lo svolgimento della vicenda, sia possibile scorgere quella immaginifica “Land of Grey and Pink” che agita la fantasia inconscia di musicisti perdutamente innamorati di ciò che riescono a creare.

(GT Music/JM Distribution, 2020)

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