Judas Priest – Unleashed in the East

(Andrea Romeo – 16 giugno 2020)

L’anno di grazia 1979 è decisamente un anno chiave, musicalmente, per quel fenomeno che, di lì a breve, il mondo conoscerà come heavy metal.
Figlio dell’hard-rock, che a sua volta era nato un decennio prima, allorquando il blues ed il rock si erano incrociati, ibridati, induriti nei suoni e velocizzati nelle ritmiche, il metal avrebbe estremizzato queste caratteristiche, e questo già dalla metà degli anni ’70 quando band, allora etichettate come hard-rock, iniziarono decisamente a spingere sull’acceleratore. Al netto delle definizioni che, per quanto riguarda questo periodo musicale, risultano essere assai fluide e spesso altrettanto discutibili, occorre fissare una data, che rappresenta l’esordio per una delle band più influenti della futura New Wave of British Heavy Metal, ovvero i Judas Priest, fondati nel 1969 dal chitarrista K. K. Downing e dal bassista Ian Hill, a cui si unirono il batterista John Ellis e il cantante Al Atkins.

Questa data è il 1976, anno in cui, dopo un album di debutto, Rocka Rolla (1974) accolto in realtà piuttosto freddamente dal pubblico e dalla critica, ancora legato all’hard-rock e da loro quasi disconosciuto, non molti anni dopo, la band che, nel frattempo, aveva arruolato Glenn Tipton come secondo chitarrista, ed il nuovo cantante Rob Halford, pubblicò Sad Wings of Destiny, l’album che, attraverso brani come Victim of Changes, The Ripper, Tyrant e Genocide cambiò, questa volta in maniera definitiva, la loro storia.
Nei tre anni seguenti uscirono Sin After Sin, Stained Class e Killing Machine, la fama della band varcò le acque dell’Oceano Pacifico e gli Stati Uniti accolsero questi figli della Black Country con entusiasmo crescente; l’area di Birmingham aveva dato i natali, ancora una volta, ad una band di successo, ed in questo caso ad un gruppo che si può considerare, per una questione non soltanto cronologica, l’antesignano delle metal band prossime venture

Rob Halford, l’iconico e carismatico cantante, si presentava sul palco a cavalcioni di una rombante motocicletta, vestito interamente, così come il bassista Ian Hill, in pelle nera e borchie, definendo l’immagine e l’atteggiamento che lo avrebbero condotto ad essere ribattezzato, dai fans, “The Metal God”.

Ma il successo dei Priest, ed il loro essere davvero innovativi, non riguardarono esclusivamente il look: K. K. Downing e Glenn Tipton inaugurarono quello che, negli anni a venire, sarebbe diventato uno standard per numerose band dell’ambito metal, inteso come macrogenere: sino ad allora, nei gruppi con due chitarre, la suddivisione dei compiti era netta, per cui c’erano un chitarrista ritmico ed uno solista (come era, e sarebbe sempre stato, ad esempio, per gli AC/DC); i due chitarristi britannici diedero invece vita ad un approccio differente, scambiandosi i ruoli, gestendo la ritmica i parti eguali ed incrociando gli assoli in maniera paritaria, non solo da un pezzo all’altro, ma anche e di frequente nel medesimo brano: Victim of Changes ne è un esempio sfolgorante.
I due axemen macinarono per anni riff granitici ma, contemporaneamente, caratterizzarono i loro assoli in modo da farne una parte integrante della melodia dei brani stessi.

A partire da Stained Class ebbero, finalmente, anche se non per molti anni, un batterista fisso, Les Binks, musicista nordirlandese che aveva precedentemente lavorato con Eric Burdon e con Roger Glover e, con questa line-up, affrontarono il loro primo album dal vivo

Unleashed in the East venne dunque registrato, nel mese di Febbraio del 1979, presso la Koseinenkin Hall e la Nakano Sun Plaza Hall di Tokyo, in Giappone, l’altro paese che, insieme agli States, si era entusiasmato enormemente per i nuovi sovrani del metal.

L’album parte in modo fulminante, con il 2/4 tiratissimo di Exciter e, da quel momento, non ce n’è davvero più per nessuno: nove brani, cui se ne aggiungeranno quattro nella ristampa del 2001, che coprono i primi quattro album ed offrono uno spaccato di come, i Judas Priest, abbiano spostato in alto l’asticella di ciò che, prima di loro, era ancora e soltanto hard rock: anche nella scelta delle due cover presenti nella set list, la band britannica dimostrò di essere originale, andando a pescare due brani, The Green Manalishi (With The Two Pronged Crown), scritta da Peter Green e registrata dai Fleetwood Mac nel 1970, e Diamonds And Rust, brano che apriva l’album omonimo di Joan Baez, pubblicato nel 1975, due pezzi collocati davvero lontano dall’universo metal, ma che la band assorbì e riformulò in due versioni che, ancora a distanza di decenni, se la giocano egregiamente con gli originali.

Il responso del pubblico fu entusiasta e le vendite schizzarono, solo negli Stati Uniti, oltre il milione di copie: Unleashed in the East è, ancora oggi dopo quarant’anni, uno dei dischi dal vivo fondamentali per quanto riguarda una scena che, nel frattempo, si è enormemente ampliata.

Se si stesse parlando di altri generi musicali, lo si potrebbe giudicare un successo mainstream ma l’heavy metal era, ed è ancora oggi, un universo di veri appassionati, che si cura davvero poco delle mode: gli album vengono prima dei singoli, i concerti prevalgono sui video, la simbiosi tra il pubblico e le band è totale, una fidelizzazione che dura negli anni e non teme il passare del tempo.

Un disco dunque, il primo live dei Priest, da annoverare certamente tra quelli che sono entrati nel cuore dei metal kids, quelli di allora e quelli di oggi, e che da lì non è più uscito.

(Columbia Records, 1979)

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