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Johansson-Johansson-Holdsworth – Heavy Machinery

(Andrea Romeo – 12 giugno 2020)

John W. Patterson giornalista di AllMusic, assegnò ad Heavy Machinery una valutazione di tre stelle su cinque, descrivendo l’album come un “indimenticabile fuoco d’artificio di furiosa fusion” ed una “grande fusione jazz-rock”.
Quello che è indubitabile è che, nell’ambito delle numerose collaborazioni che caratterizzarono la carriera del chitarrista britannico Allan Holdsworth, quella con il tastierista svedese Jens Johansson, e con il fratello, e batterista, Anders Johansson, sia stata certamente una delle più particolari ed originali.

Tanto per iniziare, si trattava di tre musicisti con un background artistico abbastanza eterogeneo: Holdsworth si era formato nell’ambito del jazz-rock prossimo alla scena di Canterbury, era transitato attraverso il prog e la fusion, ed aveva poi iniziato un personale percorso di ricerca musicale che ne avrebbe caratterizzato l’intera carriera solista; Jens Johansson aveva collaborato con Yngwie Malmsteen, Ronnie James Dio e sarebbe poi divenuto tastierista degli Stratovarius e dei Rainbow mentre il fratello Anders si era invece distinto con gli HammerFall e gli Yngwie Malmsteen’s Rising Force.
Il fatto che Holdsworth fosse in grado di confrontarsi senza problemi con musicisti di estrazione decisamente metal non è affatto una casualità, tant’è che, moltissimi chitarristi di quell’ambito, sia suoi “coetanei” che successivi, lo hanno citato spessissimo quale fonte di ispirazione, sia per quanto riguarda la tecnica sullo strumento che per quanto riguarda la ricerca dei suoni.

Heavy Machinery è davvero, come sottolineato da Patterson, una miniera quasi inesauribile di idee, basato sulle eccezionali doti dei suoi realizzatori, un album che, nell’ambito di un decennio musicalmente interlocutorio, gli anni ’90, in cui molti generi si disintegrarono letteralmente mentre altri presero l’abbrivio per futuri successi, tenne alto il vessillo della musica colta, di una ricerca sonora, mai interrotta, da parte di musicisti curiosi e desiderosi di ampliare, continuamente, le loro conoscenze.

Nove brani, più la curiosa Macrowaves a chiudere l’album, che sono tutto fuorchè semplici e di facile ascolto ma anzi, obbligano necessariamente l’ascoltatore a concentrarsi sui vari passaggi che li caratterizzano. Diversi stili si mescolano tra di loro, per cui si va dal funk di Joint Ventures alle svisate speed metal di Beef Cherokee, alle cadenze fusion di Siouxp Of The Day o On the Frozen Lake, fino alle atmosfere jazzate di Tea For One And A Half. Persino il blues viene citato esplicitamente, nella linea di basso continua e cadenzata di Mission: Possible.

A dominare su tutto, insieme alle tastiere ed al synth bass di Jens Johansson, la riconoscibilissima chitarra ed il Syntaxe del musicista di Bradford, che tessono trame complicate ed a tratti davvero tortuose, sfruttando anche i cambi di tempo, gli improvvisi break e le ripartenze, che Anders Johansson imprime ai brani stessi.

Non basta sicuramente un singolo ascolto, per poter assimilare pienamente questa enorme quantità di “informazioni musicali” (ascoltare e comprendere un brano come Good Morning, Mr. Coffee è davvero una sfida importante), e questo anche perchè, un album del genere, rifugge, a priori, la semplicità: la ricerca, ivi inclusa quella musicale, necessita di sperimentazione, di azzardo, di innovazione, mentre il ripercorrere strade già battute, pur agevolando la fruibilità dei brani, vanifica di fatto la spinta verso nuove soluzioni.

Heavy Machinery potrebbe essere definito un lavoro di fusion sperimentale, un album in un certo senso “didattico” soprattutto per chi, musicista o anche solo semplice ma attento ascoltatore, voglia ampliare il proprio grado di percezione musicale.
Un album che si propone come un unicum, dato che questo trio non ebbe seguito e non realizzò altri lavori, ma che rappresenta un motivo di grande interesse per chi, avvicinandosi alla fusion, ne voglia indagare aspetti meno noti e meno consueti.

(Heptagon Records AB, 1996)