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Joe Bonamassa – Royal Tea

(Andrea Romeo)

Album solista numero sedici, per il chitarrista e cantante di Utica (quelli dal vivo sono anch’essi sedici, ma appena si potrà tornare a fare concerti…), che ha iniziato ad incidere vent’anni fa, come solista, ma anche con Black Country Communion, Rock Candy Funk Party, Beth Hart ed almeno un’altra ventina di progetti di vario genere. Del resto, da incallito collezionista di chitarre ed amplificatori, il musicista newyorkese aveva il dovere di utilizzare il più possibile tutto questo ben di Dio!!!

Royal Tea, lavoro da poco pubblicato, merita davvero un discorso a parte e questo per numerosi motivi, primo tra i quali l’approccio strettamente musicale che, sin dalle prime note del brano di apertura When One Door Opens, pare essere decisamente diverso dal solito.

L’intro orchestrale con cui l’album prende avvio è solo uno degli elementi innovativi di spicco che caratterizzano il lavoro di Bonamassa: l’approccio generale è quasi “cinematografico”, nel senso che il chitarrista, insieme alla band, tira fuori una serie di brani che non sfigurerebbero affatto all’interno di una colonna sonora.
Le novità non finiscono certo qui: reiterando un metodo di costruzione dei brani già utilizzato in passato, l’artista statunitense spezza spesso e volentieri i brani in più parti, dal differente sviluppo, spiazzando l’ascoltatore che viene come “buttato fuori strada” e si ritrova in un altro brano nel mentre il pezzo è tutt’altro che terminato.

Altro aspetto interessante di Royal Tea è il fatto che, anche all’interno di un singolo brano, utilizzi spesso differenti chitarre, proprio per sfruttarne a pieno i diversi timbri sonori; diretta conseguenza è il fatto che, i brani, siano stilisticamente assai differenti tra loro, seppur coerenti dal punto di vista del mood generale.

La title track, arricchita da eleganti cori, è di base un blues, ma decisamente atipico perché a differenza dei blues canonici è tutt’altro che lineare, soprattutto nella scansione ritmica. Su Why Does It Take So Long To Say Goodbye la Les Paul, specie con i suoi toni puliti, suona “strappacuore” ma ciò che lascia davvero stupiti è la superba prestazione vocale di Bonamassa; il fatto di essere senza ombra di dubbio un signor chitarrista ha spesso messo relativamente in secondo piano le sue qualità vocali che, in questo lavoro, emergono in maniera decisamente più evidente di quanto abbiano fatto in passato.

Che dire poi di Lookout Man! introdotta da un basso distorto e che si sviluppa come un robusto hard-rock settantiano? Probabilmente la frequentazione con Glenn Hughes, nel contesto dei Black Country Communion, ha stimolato la vena hard di Bonamassa che, non da ora, ha recuperato in molti brani un approccio davvero “seventies” in cui ruvidezza e dinamica si sposano, alla grande, grazie ad un gruppo di musicisti capaci di interpretarne sino in fondo l’essenza: Anton Fig, batteria, Michael Rhodes, basso e Reese Wynans, tastiere, sono gli eccellenti esecutori ai quali Joe affida i pezzi scritti insieme a Bernie Marsden, chitarrista e cofondatore dei Whitesnake, Pete Brown, collaboratore dei Cream ed al pianista Jools Holland, che ha lavorato in carriera con personaggi del calibro di Sting, Eric Clapton, Mark Knopfler, George Harrison, David Gilmour, Magazine, The The e Bono.

A questo parterre di collaboratori vanno aggiunte le notevoli coriste Jade Mcrae, Juanita Tippins e Mahalia Barnes, il percussionista Jeff Bova, Errol Litton all’armonica, Rob McNelley alla chitarra ritmica, nonché il produttore dell’album, Kevin “Caveman” Shirley che, nell’occasione, si esibisce anche come chitarrista acustico e percussionista.

Dopo uno shuffle tutto sommato abbastanza classico, se non addirittura “di maniera” come High Class Girl, ecco un altro paio di brani che fanno capire quanto sia ampia la visione musicale di Bonamassa: con A Conversation With Alice siamo a cavallo tra la ballad southern rock ed accenni di hard rock settantiano: per “cavalcare” correttamente lo spirito di questi due generi allora, nulla di meglio che utilizzare nello stesso brano due chitarre diametralmente opposte, ovvero una Les Paul ed una Stratocaster, abbinata che, specie in ambito southern, ha vissuto epoche di splendore indiscusso.

E poi la successiva, scatenata, I Didn’t Think She Would Do It in cui, soprattutto il pedale wha wha, ma anche un Anton Fig in stato di grazia, imprimono accelerazioni imperiose, seguita da una Beyond The Silence che, con i suoi sprazzi acustici, arriva al momento giusto per prendersi una pausa, un attimo di quiete, e dal rock and roll scatenato di Lonely Boy, vero e proprio tuffo negli anni ‘50/’60, in cui i fiati di Paulie Cerra e Ron Dziubala, unitamente al piano di Holland, fanno volare una chitarra che non ha nulla da invidiare ai maestri del rockabilly. Si chiude con Savannah, malinconica country ballad, caratterizzata da un mandolino che trasmette nostalgia e che sembra quasi voler stendere una coltre notturna, dopo che si è giunti alla fine di una intensa giornata.

Alla luce di un album così strutturato, che fa seguito peraltro a lavori stilisticamente sempre molto diversificati, è davvero improbabile, se non proprio limitativo, considerare Joe Bonamassa un semplice chitarrista blues: la sua capacità non tanto di adattarsi, quanto invece di assorbire, rielaborare e riproporre approcci strumentali tra i più disparati, fa di lui un musicista davvero a 360°, che ha ridisegnato il concetto di chitarrista sradicandolo, di fatto, da un singolo genere di riferimento e facendone invece un esempio di curiosità e di eclettismo as ampio raggio.

(Provogue/Mascot Label Group, 2020)

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