Iron Maiden – Live After Death

(Andrea Romeo – 9 giugno 2020)

Nel 1985 gli Iron Maiden erano già assurti a fenomeno musicale di livello mondiale, andando ben oltre i confini dell’heavy metal, di cui erano peraltro fra gli esponenti di maggior spicco: cinque album (Iron Maiden, Killers, The Number of the Beast, Piece of Mind, Powerslave) che avevano contribuito non solo a creare un suono ed uno stile, ma li avevano catapultati ai vertici del gotha musicale, fatto che, per una band dall’attitudine stradaiola e punk, nata dieci anni prima a Leyton, nell’East-End londinese, era qualcosa di quasi miracoloso.

Un suono ed uno stile, si diceva, ma anche un’iconografia ed un’immagine assolutamente riconosciute e riconoscibili, e questo perché il loro fondatore, il bassista Steve Harris, inconsciamente, ma neppure troppo, aveva pianificato tutto sin dall’inizio: quella band, la sua band, doveva raggiungere quei risultati e, per fare ciò, chiunque fosse ne coinvolto, dai musicisti, ai produttori, ai discografici, i grafici, doveva crederci, sino in fondo, senza se e senza ma.

L’Inghilterra è un luogo davvero curioso, anche dal punto di vista musicale: ha sfornato, dagli anni ’60 in poi, una quantità incredibile di generi musicali e di band, ma è stata spesso restia a riconoscerne loro il successo e gli Iron Maiden, in questo senso, non fecero affatto eccezione.

Elementi di spicco di quella che venne poi definita la New Wave of British Heavy Metal (insieme a Saxon, Judas Priest, Motorhead, Def Leppard, Angel Witch, Raven, Tygers Of Pan Tang, Venom, Praying Mantis…), prima di diventare, finalmente, “profeti in patria”, furono accolti, ed apprezzati maggiormente, negli Stati Uniti, luogo in cui l’heavy metal venne di fatto “adottato” con enorme entusiasmo e passione (nonostante qualche occasionale incomprensione tra l’iconografia delle band ed il perbenismo a stelle e strisce), dando poi luogo ad una evoluzione autoctona quale fu il trash metal, unitamente alle sue varie ramificazioni, nella Bay Area, a New York ed infine a Los Angeles.

I Maiden avevano ormai un enorme seguito, ed uno zoccolo duro di fans, assolutamente invidiabile, avevano creato una simbiosi tale con il loro pubblico da essere già assurti allo status di cult-band e, negli States erano letteralmente adorati: non è dunque affatto casuale che, il loro primo album dal vivo, il doppio Live After Death, pubblicato nel 1985, offra il resoconto di quattro serate, quelle del 14, 15, 16 e 17 Marzo, 1985, registrate alla Long Beach Arena di Los Angeles.

La band, tra l’altro, aveva iniziato il World Slavery Tour ai primi di Agosto dell’anno precedente, ed avrebbe proseguito sino al successivo mese di luglio, con due appendici al Marquee Club di Londra, nel mese di Dicembre… un anno intero di concerti, ben 194 date, in giro per il mondo, durante il quale parteciparono anche al Rock in Rio, nel mese di Gennaio del 1985, davanti ad un pubblico stimato fra i 250.000 ed i 350.000 spettatori.

Questo album è, di fatto la consacrazione definitiva di una band già divenuta leggendaria: introdotto dall’ormai famoso Churchill’s Speech, “We shall go on to the end. We shall fight in France. We shall fight on the seas and oceans. We shall fight with growing confidence and growing strength in the air. We shall defend our island whatever the cost may be. We shall fight on beaches, we shall fight on the landing grounds. We shall fight in the fields and in the streets. We shall fight in the hills. We shall never surrender.”, l’album snocciola diciassette brani che raccontano i primi cinque anni di vita del gruppo, la sua evoluzione, musicale e testuale, iniziata con brani “street oriented”, che riflettevano la vita, reale, ed in un certo senso personale, nell’East-End londinese, per giungere a pezzi ricchi di riferimenti storici e classici; da Running Free a Rime of the Ancient Mariner, da Iron Maiden a Flight of Icarus, da Run to the Hills o 2 Minutes to Midnight a The Trooper.

Storie di vita, quindi, quelle narrate agli inizi ma che, lentamente, cedettero il passo a brani sempre più complessi, articolati e di maggior spessore anche testuale: la furia proto-punk, incarnata dal loro primo cantante Paul DiAnno, lasciò il posto ad una maggiore profondità culturale, già incarnata da Harris, ma ulteriormente rafforzata da Bruce Dickinson, the “Air Raid Siren”, laureato in storia, a vent’anni, presso la Queen Mary University of London, non solo cantante ed autore, ma anche scrittore e sceneggiatore.

A creare poi quei riff, che hanno marchiato in modo assolutamente distinguibile e definitivo, il suono dei Maiden, la coppia di chitarristi formata da Adrian Smith e Dave Murray, sostenuti da un infaticabile Nicko McBrain alla batteria.

Un album ormai definibile come storico e considerato uno dei più grandi album dal vivo dell’intera storia del rock, con un impatto paragonabile a Made in Japan dei Deep Purple, realizzato da una band all’apice della propria carriera e sulla scia di un successo mondiale con davvero pochi precedenti.

(EMI, 1985)

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